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Vulcano, viaggio nei segreti più intimi dell’isola del diavolo

Le ragioni del mare portano a credere che l’isola di Vulcano sia tutta li, nei dintorni del porto, dove le sabbie bianche si alternano a quelle nere, un luogo dove la Jacuzzi avrebbe potuto non esistere. Perché l’idromassaggio e la giusta temperatura dell’acqua sono garantite da un Vulcano brontolone e puzzolente. C’e ragione di credere, infatti, che proprio il lezzo emanato dal vulcano, molto simile all’odore delle uova marce, abbia tenuto per molto tempo lontani i visitatori dell’isola, quelli della “terraferma”

Il lezzo emanato dal vulcano, molto simile all’odore delle uova marce

Uno dei motivi che per molto tempo ha tenuto lontani turisti e visitatori

Oggi le cose sono cambiate attorno al porto, i turisti, come sempre anche questa estate sono arrivati a migliaia con i loro costumi colorati, se di costumi si può parlare. Con la loro voglia di mare e di sole che solo in questa terra può essere soddisfatta pienamente.

Sotto gli ombrelloni, sugli scogli, o sulle imbarcazioni che effettuano le escursioni lungo le coste dell’isola, gli idiomi si intrecciano, i play-boy locali mettono gli occhi sulla preda e tracciano buffi piani di arrembaggio; un gruppo di nudisti in una spiaggia non accessibile da terra fugge alla vista di una comitiva di chiassosi visitatori. Due ragazze milanesi, aspettando l’aliscafo che le riporterà a Milazzo, tracciano un bilancio della loro vacanza appena conclusa e, tra un’occhiata alle rispettive abbronzature, e un paio di sospiri, commentano un articolo pubblicato da un giornale lombardo, che parlava del fascino dei ragazzi eoliani. A sentirle, pare che non ne abbiano incontrato nemmeno uno. Se le due ragazze avessero soggiornato a qualche chilometro in direzione della “montagna”, avrebbero forse scoperto la vera anima di Vulcano, che non è certo la facciata consumistica della zona del porto.

E’ in mezzo alla campagna, tra le casette sparse, servite spesso da stradine malmesse, dove è facile incrociare con conigli selvatici e serpi nere, che vive una popolazione della cui storia recente si conosce poco.

E’ sufficiente lo scambio di qualche battuta, però, per capire che 1’Australia, Sant’Angelo di Brolo, San Piero Patti, Gliaca e Vulcano, luoghi più o meno distanti tra di loro, hanno un sottile legame con Vulcano che sembra resistere ancora oggi.

L’Australia, Sant’Angelo di Brolo, San Piero Patti, Gliaca e Vulcano, luoghi più o meno distanti tra di loro, hanno un sottile legame con Vulcano

La via dell’Australia i “Vulcanari” l’hanno presa all’inizio del secolo e questo flusso migratorio, sembrerà strano, è in atto ancora oggi, con motivi per fortuna differenti da quelli che lo hanno originato.

All’inizio si partiva per gli stenti di una vita tra le coltivazioni di uva, la pastorizia e un po’ di pesca. Oggi si parte per amore, complice il desiderio di vedere l’isola dove sono nati i propri genitori da parte di un figlio di emigrati eoliani nato in Australia.

E’ successo a casa Sciacchitano, a Vulcano Piano, una componente della famiglia da poco ha lasciato la sua luminosa villa nelle campagne del “Piano”, ormai fagocitate dalla macchia mediterranea, per inseguire il suo amore australiano, in tempi in cui il benessere è visibile innegabile.

A mamma Sciacchitano, che trascorre le mattinate estive davanti alla cucina a legna, a preparare gustose ricotte e formaggi, della figlia resta una foto a colori appesa nel soggiorno e la speranza di avere abbastanza soldi, alla fine dell’estate, per pagarsi il biglietto aereo ed abbracciare il suo nipotino appena nato.

Ad un certo punto della sua vita anche Gaetano Basile, noto ristoratore di Gelso, noto sull’isola anche per la sua attività di ormeggiatore oggi in pensione, aveva in tasca un biglietto per la terra dei canguri e dei Koala.

Gaetano Basile

Quando l’appuntamento con la nave era ormai prossimo, è sceso sulla spiaggia di Gelso, semi-nascosta dalle pale di fichi d’india e protetta da api minacciose, ha fissato il mare, si è guardato intorno, ha pensato che con una misera cipolla, nei periodi di maggiore necessità, avrebbe potuto sopravvivere nella sua terra. Quindi ha lasciato perdere. Ha avuto ragione. “L’Australia non per tutti e stata la conquista di un tenore di vita migliore afferma oggi, a pericolo scampato-: sono in molti quelli che non hanno trovato i soldi per fare ritorno sull’isola, delusi della loro esperienza.- ripete scuotendo la testa -. Specialmente la seconda ondata di emigrati”.

“L’Australia non per tutti e stata la conquista di un tenore di vita migliore. Sono tanti quelli che non hanno trovato il soldi per ritornare sulla loro isola”.

Gaetano Basile stava per partire e oggi, ormai pensionato, si sente un miracolato

Uno che è rimasto fedele alla sua isola ballerina, (quando lo incontriamo e ancora vivo il ricordo di un paio di scossette sismiche), è Lino Ferlazzo, il ” professore “, lo storico di Vulcano.

La sua villa è nella piazza del “Piano”, di fronte ad una chiesetta senza molte pretese. Il cancello della villa lo ha progettato lui stesso, con disegno a cerchi concentrici che incuriosisce per l’originalità. Dentro casa e nel giardino tanti reperti della cultura della sua gente.

Con lui si e perfettamente inserita, in uno scenario ambientale incantevole, anche la moglie milanese, la pittrice Clara Filippini che, per far piacere al marito, ha raffigurato sulle sue tele anche il vecchio palmento di famiglia, mantenuto in efficienza proprio come cento anni fa.

Parlando di turismo di massa Lino Ferlazzo storce un po’ il naso. Poi, chiacchierando, tira fuori una guida turistica che ha realizzato negli anni Settanta.

Non pensa che anche lei ha le sue parti di responsabilità, professore Ferlazzo? Annuisce sorridendo. e annuncia che presto ci sarà una nuova stesura della guida in versione aggiornata.

Sotto la piazzetta alcune casette mai ultimate. Sono squallide, un pugno nell’occhio in mezzo alle bellezze naturali dell’isola che ricordano le case della riforma agraria, tra Francavilla e Novara. E’ la stessa ditta che le ha realizzate anche a Vulcano, ispirata evidentemente dalle costruzioni precedenti. Risultato: sono rimaste una bruttura e per giunta incompiuta, come sui Peloritani.

Non pare, comunque, che in questa zona la speculazione edilizia l’abbia avuta completamente vinta. Ma il fenomeno stato ed ha anche una regia politica, come succede in questi casi.

E’ qui al “Piano” che vive una famiglia che continua a stupire perché, nonostante abbia in casa tutte le comodità, ha scelto di rinunciarvi. Cosi anche se ha il gas e l’energia elettrica, preferisce utilizzare la cucina a legna e, al calar del sole, va a nanna, seguendo i bioritmi delle galline, alloggiate in alcuni ruderi nelle campagne accanto.

In paese dicono che una volta il capofamiglia ha protestato energicamente con l’Enel per una bolletta di 7 mila lire, ritenuta scandalosamente elevata. Roba d’altri tempi. C’è da dire, comunque, che qui non è stata mai abbandonata del tutto la cultura agro-pastorale, con le caratteristiche di autonomia alimentare.

Anche nei pochi ristoranti della zona la produzione casalinga non e mai un modo di dire. State certi che Carlo, il toscano di Carrara, sposato con una vulcanara e gestore di un noto ristorante, se vi presenta i ravioli ripieni di ricotta fatti dalla suocera, li ha fatti veramente la suocera. Se tira fuori un antipasto a base di salame Sant’Angelo, confezionato dal suocero di Carlo, state per gustare il tipico salame, cosi come era prodotto prima della sua industrializzazione.

Tra Vulcano e il paese nebroideo c’è un fil rouge neanche tanto sottile. Questo il secondo dato emerso curiosando per Vulcano Piano e Gelso. Mentre gli “indigeni” continuavano a lasciare l’isola attratti dal miraggio australiano, a Vulcano si insediava, grazie ad una specie di tam-tam tra la Sicilia e le Eolie, una comunità di Sant’Angelo di Brolo, Gliaca di Piraino e San Piero Patti.

Commovente ~ il racconto del signor Perdichizzi, che ha fatto rotta per Vulcano, dopo essere tornato a casa, nella sua Sant’Angelo di Brolo, alla fine della Seconda Guerra Mondiale: “Nel mio paese, con i soldi che prendevo dalle giornate di lavoro nei campi, non riuscivo nemmeno a comprare il pane. All’inizio un amico mi portò a Salina. Ma Salina non mi piacque. Arrivai a Vulcano quasi per caso, con un passaggio di un barcaiolo di Lipari.

Qui conobbi un colono che lasciava la terra che gli avevano affidato. Mi disse che era disposto a cedermela, insieme ad una mucca e un paio di pecore. Una certezza di sopravvivenza per quei tempi”.

“A Sant’Angelo queste operazioni non erano possibili, e la pastorizia doveva fare i conti con i continui furti di bestiame. continua Perdichizzi – Accettai, del resto avere cura degli animali è stata sempre la mia passione. Dopo qualche tempo tornai a Sant’Angelo per prendere mia moglie e la bambina di appena quattro mesi, fiducioso di poter assicurare loro un avvenire più dignitoso. Quando mia moglie mise piede sull’isola cominciò un nuovo capitolo della mia vita”.

“Lo scenario era ben diverso da quello odierno, si percorrevano chilometri seguendo stradine in mezzo ai vigneti che si alternavano agli alti canneti. Anche la zona dove oggi c’è il porto, le sabbie nere, quelle bianche, era di solo sabbia e mare. Un’isola vergine, lontanissima nel tempo da Sant’Angelo, che pure era un paesino”.

“Arrivati nella ‘nostra terra’, mia moglie si sedette su di una pietra e cominciò a piangere sconfortata, pregandomi di riportarla a casa”. Cosi non è stato e la famiglia Perdichizzi la sua “America” l’ha scoperta veleggiando a due passi da casa.

Della zona del Piano, e di Gelso in particolare, ha un ricordo d’infanzia Lino Carnevale, direttore di banca in pensione, che oggi vive a Lipari. Ricorda come la sua tenuta, oggi riassorbita dalla macchia mediterranea, era un tempo produttiva, con tanti contadini che vi lavoravano. Contadini che custodivano il segreto della trasformazione dell’uva in quel nettare paradisiaco che era la malvasia eoliana (oggi pare che a produrla siano rimasti in pochissimi, più che altro nell’isola di Salina).

Una curiosità: il cavaliere Carnevale, dopo il terremoto del Belice, era disposto ad ospitare nelle sue terre di Vulcano alcune famiglie di senza tetto e senza lavoro. Fece a tale proposito alcuni annunci sui giornali. Non si e mai visto nessuno.

Filippo Abbondanza

Dei problemi di lavoro della gente di Vulcano, sa molte cose Filippo Abbondanza, tanto tranquillo oggi che ha la testa ormai imbiancata, tanto era coraggioso e determinato in gioventù, quando e arrivato sull’isola da San Piero Patti. A scuola non ha oltrepassato la terza elementare, ma ha sempre avuto la parola facile, un modo di gesticolare caratteristico, un paio di bretelle utili da afferrare nei momenti di maggiore tensione.

Ha molte cose da raccontare oggi che mantiene il suo vecchio ufficio di sindacalista come se fosse un museo dei ricordi. Ogni fotografia appesa alle pareti ha una storia, una conquista dei lavoratori e, quindi, anche di Filippo Abbondanza.

Si attribuisce il merito di aver fatto realizzare la strada che congiunge il porto con il Piano, vincendo resistenze ed atteggiamenti pretestuosi. Ciò di cui si compiace maggiormente e, però, di essere rimasto un uomo onesto. E di questo i suoi paesani gli rendono merito.

Oggi trascorre le sue giornate nel garage della sua masseria, intrecciando foglie di canna, che poi trasforma in cestini e sedie.

Le foglie di giunco, al contrario, servono a Bartolo Sciacchitano per realizzare i cestini per la ricotta. Ma la ricotta oggi si mette nei contenitori di plastica, quindi questi oggetti sono diventati una specie di souvenirs per turisti. Una coppia di sposi milanesi gliene ha ordinati un notevole quantitativo per fare le bomboniere.

Un gran bell’effetto, tra il candore del tulle elegante e la rusticità delle “fascelle”. Per fare uno di questi oggetti Sciacchitano impiega quasi un’ora. Ama lavorare in compagnia di cani e gatti, che vivono numerosi in perfetta armonia nella campagna attorno casa. Il suo viso è scolpito dalle rughe che gli disegnano una maschera da pescatore. Ma pescatore non e mai stato.

Per chiudere il giro alla scoperta di Vulcano Piano bisogna far visita a Maria Tindara, un nome che ~ impossibile non leggere lungo la strada, scritto a caratteri cubitali su grandi cartelloni. E’ suo l’unico albergo-ristorante della zona. Chiedetele di prepararvi i dolci tipici. Resterete affascinati dalla loro bontà.

Testo e foto di Francesco Venuto, pubblicato una prima volta nel 1992