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Nell’agrigentino tra riti moderni, sapori perduti e colori mozzafiato

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AGRIGENTO – L’altra Agrigento, quella che non conosco, è dall’altra parte dei templi. Ho i bambini in macchina anche stavolta, loro sono fantastici perché vedono cose che a me oggettivamente sfuggono; ti costringono poi a fare soste ed esperienze che da solo non faresti mai.

Una di queste soste obbligate è stata Racalmuto. Mio figlio Giuseppe aveva un appuntamento con Leonardo Sciascia. Ovviamente la statua di Leonardo Sciascia: è sul marciapiede che lo scrittore percorreva spesso da vivo, e lo raffigura pensieroso e con la sigaretta accesa sulla mano destra, sigaretta che qualcuno gli ha strappato tanti anni fa. Più in la c’è la piazza pepp2e il Parco letterario di Regalpietra.

Avevo fotografato Giuseppe quando era ancora piccolissimo mentre dava la mano alla statua dello scrittore. Giuseppe non sapeva ancora leggere, ma questo incontro gli ha portato tanta fortuna. Ha cominci

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ato a leggere molto, ha scritto belle poesie e racconti brevi molto spassosi, vincendo numerosi premi. Salutare quella statua è come salutare un vecchio amico. E credo che ripeteremo spesso questa esperienza nel resto della nostra vita.

 

 

Ripartiamo dopo aver comprato un paio di panini in una bottega lì vicino, sono croccanti, qui niente pane di gomma per fortuna.

Agrigento città, vista dalla circonvallazione, è un pugno di alti palazzi, ma non è qui il nostro obiettivo oggi, come non è un nostro obiettivo Porto Empedocle, la città di Andrea Camilleri, ma anche una delle città siciliane sedi di cementifici (ho vissuto la mia vita sotto una ciminiera di questi mostri bergamaschi). Ci fermiamo per qualche tempo, invece, a Siculiana. Di questa cittadina ci limitiamo ad osservare il centro storico, il castello, mentre mi hanno segnalato in questi giorni che è la parte bassa, la spiaggia e la costa, l’area più interessante del posto. Per questa volta ci fidiamo senza osservare, noi invece abbiamo visto un centro storico che sembra ancora integro in un pomeriggio in cui si vedevano pochissime persone per strada.


A proposito: i bambini sono anche dei conservatori per eccellenza, i miei sono anche un po’ campanilisti. Li sento spesso parlare del loro paese, dove peraltro io sono nato, con una buona dose di ammirazione, di rispetto. Allora penso di giocare un po’ su questo fatto e li porto in un posto che a loro dovrebbe suonare familiare: Villafranca Sicula. Come sarà questa Villafranca con un “Sicula” al posto di “Tirrena“?

 

 

 

 

E’ un altro mondo, associato alle villafranche d’Europa, ma per essere davvero “europei” ci vogliono anche altri requisiti: mentre giravamo per il paese ci siamo dovuti fermare perché un automobilista ostruiva la carreggiata con la sua vettura, mi pare che stesse scaricando delle masserizie. Un bel po’ di attesa, paziente e silenziosa, ma poi il signore va via. Dietro arriva un’altra auto: si ferma e il conducente avvia una lunga discussione con un passante in mezzo alla strada. Noi sempre fermi ad aspettare, pazienti e silenziosi. Passano almeno sei, sette minuti: facciamo marcia indietro, ce ne torniamo da dove siamo venuti, insultati peraltro dallo “stupito” automobilista che ci sbarrava il cammino, e meno male che non abbiamo detto niente…

Alla fine abbiamo lasciato comunque il nostro contributo nell’unico bar che ci è sembrato all’altezza delle pretese “europee” di questo paese, ma ci chiediamo cosa penserebbe mai uno straniero di un’esperienza come la nostra.

Un solo rammarico, quello di non aver potuto comprare a Ribera, paese delle arance, un sacchetto di arance ovviamente. Cosa che invece abbiamo fatto a Sciacca.

 

 

 

 

 

Sciacca è stata una piacevole sorpresa, è uno dei classici posti di mare, di quelli che ti danno la sensazione di essere davvero su di un’isola. Noi abbiamo trovato molte analogie con Lipari. A dire il vero con la Lipari che Nanni Moretti ha descritto, forse ingiustamente, in Caro Diario: pare che qui ogni componente di una famiglia abbia un’automobile personale. E tutti sembrano andare a spasso contemporaneamente e autonomamente per la città. Insomma: la cosa più brutta di Sciacca, e fa davvero paura, è il traffico automobilistico.

Analogie con Lipari abbiamo detto, e una di queste potrebbe essere rappresentata dal colorato bancone del fruttivendolo nella foto: peperoncini rossi a mo di collana, aglio di Castelvetrano, arance e acciughe salate di Sciacca. Sembra la bottega della “Zia Lina” a Lipari, fotografata dai turisti di tutto il mondo. Ma qui siamo da tutt’altra parte. Fare la spesa è d’obbligo e l’aglio non ha nulla a che vedere con quello cinese o asiatico che ci impongono nei supermercati, mentre le arance sono dolci, ma davvero buone. Se venite da queste parti ritroverete il piacere di gustare il cibo. E odierete i supermercati…

 

 

 

 

 

 

Ci perdiamo per un po’ nel quartiere dei marinai, tra le scalinate antiche non proprio a norma di legge, e negli stretti vicoli da cui fanno capolino talvolta delle reti da pesca, spesso materiali abbandonati. Dove i bambini giocano ancora in libertà, lontano dai pericoli della strada. E sembrano felici.

 

 

 

 

 

 

Torniamo sul lungomare di Sciacca, dove incontriamo una manifestazione di ceramisti locali: ci sono tanti bambini che giocano con i pennelli e le formelle di argilla, ma anche gli artigiani più quotati del settore. Vederli al lavoro è fantastico. E’ una giornata di festa e di colori. E’ bello stare qui.

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Naturalmente vi stiamo proponendo solo alcune delle immagini più significative di questo breve viaggio, commentandole. A Sciacca ci sono molte cose da vedere, e avremo occasione di parlarne ancora in futuro.

L’ultima nota invece riguarda il reparto pizza: vi consigliamo, se venite da queste parti, di ordinare la “saccense”, nella forma tradizionale o “Tabisca” . Non ve ne pentirete.

Noi tra poco partiamo nuovamente: come al solito saremo in giro per la Sicilia, alla ricerca di noi stessi, attraverso la diversità dei luoghi a cui apparteniamo, dei quali spesso sappiamo davvero poco. E invece sbagliando crediamo di sapere tutto…
Francesco Venuto