Sulle Orme dei Basiliani/Ritratto di Fra’ Alessio Cappuccio

foto di Francesco Venuto

Autore Francesco Venuto, pubblicato su centonove nel 2005 e i precedenti sul Giornale di Sicilia anni ’90

“I messinesi prima dell’invasione dei Saraceni erano greci di rito e di lingua”, riporta Caio Domenico Gallo nei suoi Annali della Città di Messina.

Santa Lucia del Mela – Da Mandanici a Santa Lucia del Mela sulle orme dei “basiliani”. Abbiamo rintracciato il vero e legittimo erede della tradizione monastica bizantina di ispirazione italo-greca. E’ Fra’ Alessio, ha 48 anni, è figlio di un noto professionista di Messina e vive da eremita sulle alture di Santa Lucia del Mela.

Cronache dalla Magna Grecia

Le polemiche per la concessione dei monasteri di Mandanici e San Filippo di Fragalà ai monaci greco-ortodossi del monte Athos aumentano di giorno in giorno, ma non mancano i difensori di quei religiosi che sembrano proiettati alla “riconquista” della Magna Grecia. L’impressione è che la Sicilia, e Messina in particolare, stia dimostrando di non essere pronta a regolare i conti con il proprio passato. Un passato che è stato inequivocabilmente anche greco: in particolare dal secolo VIII, sino ai Normanni, l’isola e la Calabria erano sotto la dominazione bizantina e la giurisdizione ecclesiastica del Patriarcato di Costantinopoli. << I messinesi prima dell’invasione dei Saraceni erano greci di Rito e di Lingua>>, riporta Caio Domenico Gallo nei suoi annali della Città di Messina.

Dopo secoli di alterne vicissitudini, nel 1874, ormai millenario, unico superstite tra i monasteri basiliani rimase quello greco di Santa Maria di Grottaferrata, fondato nel 1004 da San Nilo di Rossano. Ma solo perché i monaci furono lasciati dal governo italiano come custodi del Monumento Nazionale. E a Grottaferrata, in quello stesso monastero che ha poi continuato l’antica tradizione monastica bizantina, dove vivevano gli unici eredi del monachesimo italo-greco, un giorno si è presentato Placido Cappuccio, oggi semplicemente Fra’ Alessio, il religioso che abbiamo incontrato sulle alture di Santa Lucia del Mela, chiuso tra le mura del suo eremo dedicato alla “Candelora”.

Storia di una vocazione annunciata.

Quando è tornato a Messina, dodici anni fa, rappresentava quello che per i naturalisti potrebbe essere oggi l’apparizione di una specie ritenuta ormai estinta: Fra’ Alessio era infatti il primo monaco Basiliano messinese, dopo la venuta di Garibaldi, nella terra dei Basiliani. Figlio di un noto avvocato di Messina trasferitosi a Milano, quando era ancora un bambino spesso i genitori gli parlavano di quei monaci italo-greci che avevano fondato le terre che per lui erano diventate luoghi delle vacanze estive, come il villaggio di Gesso, dove ancora oggi i suoi coetanei se lo ricordano impegnato assieme a loro nelle partite al campetto di calcio. Quelle storie di religiosi che i genitori raccontavano con ammirazione al proprio figlio non hanno mai abbandonato il giovane rampollo di casa Cappuccio che, a ventuno anni, stavolta contro il parere di mamma e papà, decide di entrare a far parte dei monaci dell’abbazia di Grottaferrata, l’ultimo avamposto di quella stirpe di religiosi così bene impressa nella sua mente.

La giovane speranza.

Nell’abbazia di Grottaferrata, epicentro della spiritualità greco-cattolica, oggi sono rimasti una dozzina di monaci di origine italiana, tutti ormai avanti con l’età. Quando Placido Cappuccio si è presentato al fratello custode, esibendo le sue credenziali, la sua provenienza, a questi per poco non veniva un colpo. Erano trent’anni che non si verificava una cosa simile. Probabilmente l’arrivo del novizio significò un’iniezione di fiducia per tutti. Fra’ Alessio Cappuccio ha trascorso con i monaci basiliani di Grottaferrata sedici anni; un lungo periodo di studio, esercizi spirituali e lavoro: ha ricoperto incarichi importanti come quello di bibliotecario (il valore dei codici custoditi nell’abbazia è immenso), di cantore ecc.

foto di Francesco Venuto

L’asceta prevale sul fraticello.

L’aver studiato a fondo la storia dei monaci “basiliani”, le loro origini finisce per cambiare fra’ Alessio: un giorno si presenta presso i suoi superiori e manifesta garbatamente loro l’intenzione di voler lasciare l’abbazia di Grottaferrata per ritornare alla tradizione ascetica di quel tipo di monachesimo, anche per dare inizio a una nuova comunità di rito bizantino. Nel Messinese.

Una scelta coerente.

Una fase che non è affatto contro corrente con l’impianto genetico dei “basiliani”: << Il cosiddetto Ordine Basiliano è un tentativo dell’occidente di inquadrare giuridicamente una realtà monastica che aveva ben poche affinità con le altre presenze. Fu infatti Gregorio XIII nel 1579 a riunire le comunità d’ispirazione italo-greca sotto l’ombrello di un “ordo Sanctii Basilii”. Ma San Basilio non aveva mai scritto alcuna regola monastica. Del resto i monaci d’Oriente, ortodossi, copti, armeni non hanno mai avuto un “ordine”, anche se riconoscono in San Basilio un grande Padre della Chiesa”. Sono parole di Fra’ Alessio rintracciato dodici anni dopo sulle alture dei Peloritani, a Santa Lucia del Mela, dopo un periodo trascorso nel cuore della Sicilia, a Palazzo Adriano.

Quando è tornato a Messina, dodici anni fa, eravamo convinti che lei fosse il “legittimo” destinatario di uno dei numerosi monasteri basiliani presenti nel territorio peloritano. Gli stessi monasteri di cui oggi si parla perché richiesti dai monaci ortodossi del Monte Athos. Come mai non è accaduto ancora niente?

<< A questa domanda preferisco non rispondere. Non ora che credo di aver trovato ciò che cercavo.>>.

Eppure lo sanno tutti: Fra’ Alessio, al contrario dei monaci di Bivongi, cioè dei religiosi ortodossi del monte Athos che hanno chiesto e ottenuto il monastero di Mandanici, fa parte di quei “basiliani” rimasti fedeli alla Chiesa di Roma dopo lo scisma. Quindi se ipoteticamente avesse chiesto di insediarsi in un monastero basiliano nessuno avrebbe potuto opporsi, tranne che…. In realtà gli attacchi rivolti ai monaci ortodossi di Bivongi sono stati mossi anche al fraticello Alessio (che smentisce seccamente) ma con meno clamore, in maniera velata, forse anche subdola, e comunque efficace. Perché Fra’ Alessio, il primo “basiliano” Messinese dopo la venuta di Garibaldi, per trovare un minimo di accoglienza è dovuto “emigrare” a Palazzo Adriano, sotto la paterna protezione di Monsignor Sotìr Ferrara, l’eparca di Piana degli Albanesi, che gli ha affidato l’Eremo di Santa Maria delle Grazie. Cioè una chiesa abbandonata che Fra’ Alessio ha fatto rivivere ed abbellito pur con il solo apporto delle offerte della gente. Un’esperienza durata diversi anni il cui percorso cronologico è visibile all’interno di una cartella gonfia di più che benevoli articoli di ammirazione verso l’opera del religioso italo-greco-messinese, che nel 1996 si è guadagnato anche le classiche sette colonne del quotidiano l’Avvenire, cioè il giornale dei vescovi. Poi il ritorno nei suoi peloritani, eremita nelle campagne sopra Santa Lucia, coccolato dalla gente, come Don Mico, un allevatore del posto che, poco dopo il nostro arrivo nell’eremo di Fra’ Alessio, è giunto con la sua ape carica di terriccio concimato con lo sterco di vacca.

Sei ore di lavoro nei campi e poi…

Nell’eremo c’è un giardino da curare come vuole la tradizione dei monaci eremiti basiliani, che prevede sei ore di lavoro nei campi. La giornata-tipo comincia alle 18 con i vespri, alle 19 segue la cena (frutto della carità della gente) con lettura in silenzio, poi la compietà alle 19,30 e alle 20 il riposo. A mezzanotte e mezza la recita del notturno, all’una si torna a letto. La sveglia suona alle 4 e 45, alle cinque si recita il mattutino e la divina liturgia. Ciò che rimane della giornata è dedicata alla recita delle altre parti del breviario e, appunto, al lavoro nei campi.

Il pranzo è alle 12, ma spesso salta perché nel periodo di Quaresima (e i Bizantini hanno quattro quaresime) è possibile consumare solo un pasto. Il suo eremo è una costruzione immersa nelle colline che si distingue per una finestra disegnata a croce. E’ la chiesa dell’eremo, un trionfo d’icone dove Fra’ Alessio ci accompagna e da dove si deve passare obbligatoriamente per entrare in una piccola ma ricca biblioteca. Fra’ Alessio accende i ceri sistemati davanti alle icone, poi intona un inno alla Madonna in greco; un canto antico raccolto dai codici del SS. Salvatore di Messina offerto dalla bella voce del frate nella stessa maniera – assicura – di mille anni fa. Fra’ Alessio canta e un po’ d’emozione attanaglia anche chi non è molto avvezzo a questo genere di manifestazioni.

Fra’ Alessio, ma lei è veramente diverso dai monaci ortodossi del monte Athos?

<<No. Io sono stato a Bivongi, assieme ai fratelli ortodossi oggi al centro delle polemiche. Spesso ci confrontavamo, cercavamo di trovare le nostre reali differenze, a parte quella di riconoscere il primato del Papa piuttosto che del Patriarca di Costantinopoli e tutto ciò che è accaduto dopo lo scisma. Spesso loro chiudevano le conversazioni dicendo: “Allora tu sei ortodosso…”>>.

In giro si dice che lei sia una persona estremamente colta. Perché non è diventato sacerdote?

<< Non lo so. Forse anche questo aspetto è legato a quella serie di avvenimenti di cui non mi va di parlare. Per ora>>.

Se oggi le offrissero uno dei monasteri di cui si parla tanto, come quello di San Filippo di Fragalà, per esempio, accetterebbe?

<< Da solo? Non so, finirei per fare il custode del monumento, non avrei più tempo per la religiosità, per quello che per me conta di più: cioè pregare e offrire la vita per la salvezza degli uomini. Io sono un monaco e come tale voglio vivere e morire, e se per portare avanti la mia missione di vita devo essere oggetto di incomprensioni, solitudine, qualche volta anche di abbandono, amen. Per amore di Dio e della Chiesa occorre accettare tutto. Ma non posso comunque prevedere quella che sarà domani la volontà di Dio>>. Fra’ Alessio il “basiliano”, l’italo-greco come lo chiamano da queste parti, vive nel suo eremo, in silenzio e nascosto agli occhi di chi non lo ama, presente e disponibile per chi lo va a cercare e ha bisogno di lui. Per il resto, per tutte gli aspetti inattesi della vita quotidiana, su queste colline che pochi coltivano ancora con fatica, spesso viene citato un vecchio proverbio siciliano che dice: “Lassamu fari a Ddiu”. Franco Venuto

Monaci e giornalisti: San Nilo il Grande riporta la notizia della caduta di Rometta nei suoi codici

Anno 965: la fortezza arroccata di Rometta cede ai Saraceni e la notizia del fatto, clamoroso all’epoca, fu annotata dal Grande San Nilo di Rossano, allora eremita in Calabria, in calce ad un suo codice autografo (conservato nel suo monastero di Grottaferrata).

Anno 1060: i nuovi conquistatori, i Normanni, trovano a Messina parecchi monasteri greci, spesso diruti o ridotti in miserande condizioni, che essi subito ricostruiscono per accattivarsi la benevolenza degli stimati e venerati religiosi greci, cioè San Gregorio di Gesso, San Salvatore di Placa, San Angelo di Brolo, San Filippo di Fragalà, San Barbaro di Demenna.

La fine di una lunga tradizione religiosa

La storia dei “basiliani”, o dei monaci “greci”, oppure “sicelioti”, “orientali” come li si vuole identificare si arresta bruscamente nel 1866, dopo secoli di alterne vicissitudini, culminate con le violenze subite a seguito dell’impresa garibaldina e le successive soppressioni degli Ordini monastici decretate dal Governo unitario d’Italia (1866-1873).