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I megalomani che vivono su internet una vita che non appartiene loro

MESSINA – Rileggetevi questo reportage pubblicato il mese scorso su strettoindispensabile. Poi leggete il “diario di vita” di una sedicente nonna che ha un blog su splinder.com: www.girodiboa.splinder.com. Dopo ancora, tirate le vostre conclusioni sulla reale affidabilità di internet e sulle persone che la popolano esibendosi dietro l’anonimato. Nella fattispecie la signora, se così si può chiamare, si è impadronita dei miei sentimenti, della mia storia personale e del mio modo di esporre il mio vissuto. Peraltro un vissuto in quel pezzo assolutamente unico e mio, in quanto legato ai miei ricordi di infanzia, alla mia famiglia, alle nostre abitudini e ad emozioni che io ho provato in certe circostanze e in un certo ambiente.

A questo punto consiglio a questa donna, di far davvero quel giro di boa e cominciare, come nonna, a raccontare le sue storie o fiabe che siano a nipotini e a utenti internet, evitando per cortesia di fare copia e incolla delle cose degli altri e, se possibile, senza infangare la Sicilia con inserimenti (questi sì suoi personali e da cui si evince lo spessore della “scrittrice”) privi di ogni fondamento e figli di stereotipi ciechi, ritriti, degni neppure del viaggiatore ottocentesco.

Francesco Venuto

VALLE DEL BELICE (giugno 2005)- Avevo pressappoco l’età di mio figlio, che oggi ha nove anni, quando dalla tv in bianco e nero, un Mivar a valvole con due soli canali Rai, apprendevo che nel Belice cìerano state alcune scosse di terremoto.

Era il 1968, una domenica come tante (il 14 gennaio), ed era finito da poco il più classico dei pranzi domenicali: pasta al ragù e “falso magro”.
Erano tempi in cui il resto del pomeriggio festivo si dedicava all’ascolto del “calcio minuto per minuto”: io avevo una radio a transistor, anche questa marca Mivar, ed era un vero gioiello tecnologico per quell’epoca. Ma invidiavo maledettamente mio cugino, che invece possedeva unìenorme radio a valvole, con tanto di “occhio magico” per centrare le stazioni in onde medie, dal suono pulito e potente. E poi riportava impresso sul frontalino le città siciliane dove c’erano le stazioni regionali della Rai, Caltanissetta, Palermo, Trapani etc. E non era cosa da niente!

Finite le partite di seria A si andava nella strada senza uscita sotto casa per riproporre una sorta di moviola delle azioni che avevamo ascoltato in precedenza. Uno di noi ragazzini si metteva in porta alla fine del vicolo cieco, dopo aver steso a terra un foglio di cartone; l’altro invece, palla al piede, il mitico “Supertele”, riproponeva le azioni commentandole alla maniera di Ameri o Ciotti, e con rigoroso boato del pubblico: “Oaaaaaaaaaaa”.

Così ecco che Burnich passava a Mazzola (il muro che faceva rimbalzare la palla) che a sua volta tirava in porta, dove Pizzaballa o Superchi (due miti di quei tempi) si esibivano nella più classica delle parate in tuffo, con tanto di tonfo sordo sul cartone, che per risposta emanava un forte odore di carta riciclata mista a polvere. A volte, nella fretta di aprire le scatole per farle diventare materassino, lasciavamo attaccata qualche graffetta metallica, che finiva per ferirci o per lacerarci magliette e pantaloncini, proprio quelli buoni della domenica…

Vivevamo di poche cose, come tanti italiani; o forse come tanti bambini della provincia siciliana. Di certo conducevamo una vita apparentemente messa meglio dei nostri corregionali che vivevano a Gibellina o Poggioreale.

Di loro ci siamo accorti il giorno dopo:
< <15 Gennaio, lunedì, Ore 02,33 (It.) VII°-VIII° Mercalli – La Paura – Ipocentro a cinquanta chilometri dalla verticale del Monte Bruca. A Palermo, Trapani e negli altri centri della Sicilia centro occidentale è il panico. La popolazione abbandona le case, cerca la salvezza per strada, affolla le piazze. Le aree all’aperto si gremiscono di persone che commentano il pericolo scampato. Ingorghi, traffico stradale da ore di punta e tamponamenti animano quella strana notte di Gennaio. Ore 03,01 (It.) – IX° Mercalli – Il Terrore. A circa quaranta chilometri di profondità sotto la Valle del Belice si rimette in movimento una frattura assopita dalla notte dei tempi generando onde sismiche, stimate di magnitudo 6.0 e con effetti all’epicentro, del IX° Mercalli, Le luci si spengono, le linee telefoniche saltano sotto il fragore assordante del terremoto e delle abitazioni dei centri storici, che si sgretolano annientate in circa dodici secondi con un forte movimento ondulatorio Est-Ovest. Poi il silenzio, rotto dalle urla disperate di chi è sopravvissuto e brancola al buio tra la polvere soffocante alzatasi durante i crolli e il passo difficoltoso fra le macerie. Alle prime luci dell’alba la tragedia rivela la sua dimensione catastrofica. I soccorsi tardano ad arrivare, le notizie sono confuse, alcuni centri abitati sono isolati, difficilmente raggiungibili. Man mano che il cerchio si stringe, la catastrofe assume il suo aspetto autentico privo delle sfumature fatte dal solo panico e si evidenzia la cattiva organizzazione dei soccorsi e della carenza dei mezzi a disposizione>>. (Brano tratto da http://www.iesn.org/speciali/belice.htm).

Io vivevo nella provincia di Messina: noi sappiamo cos’è un terremoto. La città parla ancora della catastrofe del 1908, sotto forma di baraccopoli mai scomparse del tutto, o scavando a pochi centimetri sotto terra (riemergono macerie e fregi di antichi palazzi), oppure visitando uno qualsiasi dei cimiteri di città e provincia. Siamo terremotati dentro, e viviamo la vita con precarietà: ricordo di essermi svegliato molte volte a causa di una scossa di terremoto. E non è una bella sensazione.

Nonostante tutto le immagini, le cronache, il ricordo di ciò che accadde nel Belice, mi ha accompagnato per il resto della mia vita. E’ come se tutti noi ragazzi avessimo toccato con mano ciò che comunque sapevamo: in un attimo potevano scomparire tutte le nostre certezze, vere o presunte.
Alla tragedia vera e propria, poi, c’è da aggiungere il lungo calvario della ricostruzione delle città distrutte, un aspetto che a dire il vero appartiene ancora al nostro presente.

Così, per questo motivo, sino all’undici giugno scorso la Valle del Belice era per me un posto familiare, nel bene e nel male. Eppure, nonostante i miei frequenti viaggi all’interno della Sicilia, in quella valle non cìero mai stato, pur avendo, da sempre, il desiderio di passarci, prima o poi.

Questa sorta di tabù è stato violato assieme ai miei figli, a volte mi chiedo perché me li porto in questi luoghi sperduti: per arrivare a Gibellina Vecchia, dove ci sono i ruderi, ho preso una strada secondaria partendo da Sciacca, credo di aver attraversato più volte le province di Trapani e Palermo e, per chilometri e chilometri vedevo solo campagne coltivate che sembravano disegnate da un artista. Fin quando non mi si è presentato davanti un bivio (nella foto).
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Uno dei cartelli indicava la via per raggiungere i ruderi della vecchia Gibellina, ma la strada era di per sé stessa un rudere: ad un certo punto sul costone di una montagnola il manto stradale appariva fratturato e più basso rispetto all’asse stradale di circa 20 centimetri, e solo una buona dose di incoscienza mi ha permesso di andare comunque avanti.

Dopo il pericolo Gibellina vecchia appare. Si tratta di pochi ruderi e una grande opera d’arte: il cretto di Alberto Burri. I ruderi della città sono stati incapsulati in blocchi di cemento bianco disposti secondo l’antico sistema viario. E’ arte moderna, è suggestione, E’ un grande sacrario. Ma è anche l’occultamento della realtà, della verità storica. Ma questa è solo un’opinione e come tale va presa con le dovute cautele.

Alla fine a Gibellina vecchia ci sono poche cose da vedere, pochi ruderi che non danno il senso dell’antico centro abitato, né della tragedia. Questo tipo di informazioni si possono rintracciare invece nella vecchia Poggioreale. Purtroppo io suggestionato dal mito Gibellina ho trascurato questa meta.

Altri ruderi, tra i quali un ponte rimasto però in piedi, sono visibili lungo la strada che da Gibellina Vecchia porta a Salaparuta Nuova.

Anche il nome Salaparuta riecheggia nelle orecchie di tutti: un po’ per la storia dell’antica Salaparuta, un po’ per il buon vino che si produce sotto queste insegne.

La nuova Salaparuta è invece l’esempio di ciò che non si dovrebbe mai fare in questi casi. Io credo che villaggi militari, come quello americano di Sigonella, abbiano più senso e vivibilità di quest’agglomerato urbano semi disabitato e decontestualizzato dall’ambiente circostante, dalla storia dei suoi abitanti e dal buon senso.
Per comprendere meglio l’impressione che ho avuto val la pena di leggere queste note: http://www.studiobenfari.it/santamaria.html
Il mio viaggio si è concluso a Gibellina Nuova

Internet è piena di fotografie e delle storie di Gibellina Nuova. Probabilmente del Giardino segreto I e II non parla mai nessuno: è un’opera di F. Venezia, del 1989. E’ cemento, con qualche problema di sgretolamento dopo tanti anni, ma è piaciuta ai miei figli, specialmente Il Giardino segreto I. L’altro è diventato il giardino di un bar e forse per questo è stato meno apprezzato dai piccoli.

Vi consiglio una lettura: http://www.stampalternativa.it/wordpress/index.php?p=17
Io stesso ho verificato la diffusione del libro di La Ferla, almeno nelle biblioteche pubbliche, con l’Sbn on line. In Sicilia pare che non si trovi in nessuna delle biblioteche pubbliche, regionali e comunali. Mah?

Invece delle foto delle opere e dei grandi artisti di Gibellina, pubblico la foto di Massimo.

La moglie di Massimo ha affittato, pagando 15 anni di locazione in anticipo, il Meeting, opera di Consagra. E’ un bar e disco pub. E’ un’opera d’arte in cemento e forati e, a causa delle infiltrazioni d’acqua e della corrosione dei ferri, un travetto e un forato del soffitto esterno si sono lesionati.
Massimo da tre mesi chiede al comune di intervenire, o di poter intervenire egli stesso per riparare il danno. Risultato: non riesce ad ottenere una risposta.
Ora, tra le tante utopie da insegure, non era meglio cominciare dal cambiamento della mentalità di burocrati e amministratori?

Infine, per essere una città moderna Gibellina ha costi elevati per i servizi pubblici. Sulla carta vi abitano circa cinquemila persone, buona parte delle quali in realtà sono state costrette ad emigrare, oppure ad andare in località più vivibili. Ma le tasse le devono pagare comunque, anche se di fatto non abitano le case del villaggio. Quindi anche se fosse intesa come villaggio turistico, Gibellina non è conveniente. E la sensazione di eterna incompiuta è palpabile, seppure appare evidente il tentativo di salvare dal degrado e valorizzare almeno le opere d’arte.
Francesco Venuto

Ed ecco l’opera d’arte della nonna copia e incolla:

(martedì, 28 giugno 2005
Era il 1968, una domenica come tante (il 14 gennaio), ed era finito da poco il più classico dei pranzi domenicali: pasta al ragù e “falso magro”.
Erano tempi in cui il resto del pomeriggio festivo si dedicava all’ascolto del “calcio minuto per minuto”: avevamo la tv in bianco e nero, un Mivar a valvole con due soli canali Rai, una radio a transistor, anche questa marca Mivar, ed era un vero gioiello tecnologico per quellìepoca. Vivevamo di poche cose, come tanti italiani; o forse come tanti bambini della provincia siciliana. Di certo conducevamo una vita apparentemente messa meglio dei nostri corregionali che vivevano a Gibellina o nella valle del Belice
Di loro ci siamo accorti il giorno dopo:
< <15 Gennaio, lunedì, Ore 02,33 (It.) VII°-VIII° Mercalli – La Paura – Ipocentro a cinquanta chilometri dalla verticale del Monte Bruca. A Palermo, Trapani e negli altri centri della Sicilia centro occidentale è il panico. La popolazione abbandona le case, cerca la salvezza per strada, affolla le piazze. Le aree all’aperto si gremiscono di persone che commentano il pericolo scampato. Ingorghi, traffico stradale da ore di punta e tamponamenti animano quella strana notte di Gennaio. Ore 03,01 (It.) – IX° Mercalli – Il Terrore. A circa quaranta chilometri di profondità sotto la Valle del Belice si rimette in movimento una frattura assopita dalla notte dei tempi generando onde sismiche, stimate di magnitudo 6.0 e con effetti all’epicentro, del IX° Mercalli, Le luci si spengono, le linee telefoniche saltano sotto il fragore assordante del terremoto e delle abitazioni dei centri storici, che si sgretolano annientate in circa dodici secondi con un forte movimento ondulatorio Est-Ovest. Poi il silenzio, rotto dalle urla disperate di chi è sopravvissuto e brancola al buio tra la polvere soffocante alzatasi durante i crolli e il passo difficoltoso fra le macerie. Alle prime luci dellìalba la tragedia rivela la sua dimensione catastrofica. I soccorsi tardano ad arrivare, le notizie sono confuse, alcuni centri abitati sono isolati, difficilmente raggiungibili. Man mano che il cerchio si stringe, la catastrofe assume il suo aspetto autentico privo delle sfumature fatte dal solo panico e si evidenzia la cattiva organizzazione dei soccorsi e della carenza dei mezzi a disposizione>>. (Brano tratto da http://www.iesn.org/speciali/belice.htm).
Io ho sempre vissuto a Messina, e noi sappiamo cosìè un terremoto. La città parla ancora della catastrofe del 1908, sotto forma di baraccopoli mai scomparse del tutto, o scavando a pochi centimetri sotto terra (riemergono macerie e fregi di antichi palazzi), oppure visitando uno qualsiasi dei cimiteri di città e provincia. Siamo terremotati dentro, e viviamo la vita con precarietà: ricordo di essermi svegliata molte volte a causa di una scossa di terremoto. E non è una bella sensazione.
Nonostante tutto le immagini, le cronache, il ricordo di ciò che accadde nel Belice, mi ha accompagnata per il resto della mia vita. Eì come se tutti noi ragazzi avessimo toccato con mano ciò che comunque sapevamo: in un attimo potevano scomparire tutte le nostre certezze, vere o presunte.
Alla tragedia vera e propria, poi, c’è da aggiungere il lungo calvario della ricostruzione delle città distrutte, un aspetto che a dire il vero appartiene ancora al nostro presente.
Così, per questo motivo, sino all’anno scorso la Valle del Belice era per me un posto familiare, nel bene e nel male. Ci passai pochi anni dopo il terremoto, da sola in macchina. Per arrivare a Gibellina Vecchia, dove ci sono i ruderi, ho preso una strada secondaria partendo da Sciacca, credo di aver attraversato più volte le province di Trapani e Palermo e, per chilometri e chilometri vedevo solo campagne coltivate che sembravano disegnate da un artista. Fin quando non mi si è presentato davanti un bivio, e un vecchio abbeveratoio. Mi fermai incerta, per dissetarmi e per comprendere quale strada seguire. Non si vedeva nessuno, e mi sentii sperduta. Poi in lontananza, in groppa a due cavalli, con tanto di coppola e di fucile in spalla, due uomini. Ebbi un poco di paura vedendoli avvicinare, ma feci finta di nulla. Si avvicinarono, e dopo essersi portati la mano al berretto mi salutarono con un “Vossia Benedica ! Havi bisogno d’aiutu?” Non ancora del tutto rassicurata, chiesi la strada per Gibellina e me la indicarono, avvertendomi però che on era un percorso facile. Poco dopo alcuni cartelli stradali. Uno dei cartelli indicava la via per raggiungere i ruderi della vecchia Gibellina, ma la strada era di per sé stessa un rudere: ad un certo punto sul costone di una montagnola il manto stradale appariva fratturato e più basso rispetto all’asse stradale di circa 20 centimetri, e solo una buona dose di incoscienza mi permise di andare comunque avanti.
Dopo il pericolo Gibellina vecchia appare. Si tratta di pochi ruderi e una grande opera d’arte: il cretto di Alberto Burri. I ruderi della città sono stati incapsulati in blocchi di cemento bianco disposti secondo lìantico sistema viario. Eì arte moderna, è suggestione, Eì un grande sacrario. Ma è anche lìoccultamento della realtà, della verità storica. Ma questa è solo un’opinione e come tale va presa con le dovute cautele.
Alla fine a Gibellina vecchia ci sono poche cose da vedere, pochi ruderi che non danno il senso dellìantico centro abitato, né della tragedia. Altri ruderi, tra i quali un ponte rimasto però in piedi, sono visibili lungo la strada che da Gibellina Vecchia porta a Salaparuta Nuova.
Anche il nome Salaparuta riecheggia nelle orecchie di tutti: un poì per la storia dell’antica Salaparuta, un poì per il buon vino che si produce sotto queste insegne.
Oggi, la nuova Salaparuta è invece lìesempio di ciò che non si dovrebbe mai fare in questi casi. E’ un agglomerato urbano semi disabitato e decontestualizzato dallìambiente circostante, dalla storia dei suoi abitanti e dal buon senso.
Ho ripetuto l mio viaggio solo due anni fa, e si è concluso a Gibellina Nuova
Internet è piena di fotografie e delle storie di Gibellina Nuova “Il giardino”, progettato da Francesco Venezia, chiude come elemento di testata un isolato della nuova Gibellina. Architettura di taglio intimistico, racchiude al suo interno una fontana in travertino, purtroppo oggi senz’acqua, e due sedili nel medesimo materiale. Un solitario albero è l’unico, essenziale, elemento verde di questo luogo scenografico, pervaso da grande poesia.. Probabilmente del Giardino segreto I e II non parla mai nessuno: è unìopera del 1989. E’ cemento, con qualche problema di sgretolamento dopo tanti anni, ma mi è piaciuta, specialmente Il Giardino segreto I. L’altro è diventato il giardino di un bar e forse per questo, non sono riuscita ad apprezzarlo. )

A questo punto voglio dire ai lettori che hanno letto il pezzo di “Nonna copia e incolla” che sono stati ingannati dalla loro misteriosa beniamina che è sicuramente una dei centomila pirati di internet che vigliaccamente così nascondono il fatto di non avere nessuna personalità.

Francesco Venuto

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