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Vincenzo Astuto, il pittore dei poveri

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Vincenzo Astuto
Vincenzo Astuto

MESSINA – Vincenzo Astuto, di nome e di fatto, 81 anni, occhi celesti e mano ferma. “Analfabetico”, come si vanta di essere, ha fatto dell’immagine il suo abecedario, del carboncino e il pennello le migliori armi per comunicare attraverso un pezzo di carta.
In due minuti, cronometro puntato, traccia i tratti di uno dei suoi vecchietti con barba: seduto “supra u bisolu” oppure impegnato a mangiare un boccone. Nella sua casa di via Taormina, dove vive assieme al più piccolo dei suoi nove figli, (in totale, Agata Alibrandi, sua moglie gliene ha dati quindici, sei sono morti), spiccano, appesi alle pareti, alcuni quadri di grandi pittori; anche un Modigliani. Sono dei falsi d’autore, o meglio “d’Astuto”, il pittore dei poveri.

D’altra parte don Vincenzo con un pennello in mano ha sempre fatto miracoli: da piccolo dipingeva su tutto ciò che era di colore bianco, sui muri del cortile di casa e sulla tela che poi ha imparato a fabbricarsi e che ancora oggi taglia con le sue mani, con un attrezzo che custodisce gelosamente.
Per i suoi genitori, trasferitisi da Catania quando Vincenzino aveva ancora i calzoni corti, il figlio che scarabocchiava i muri, che aveva poca voglia di lavorare la terra e vendere i fichi d’India, era un vero problema. Per farlo sposare, con la speranza che potesse mettere la testa a posto, l’intraprendente madre escogitò uno stratagemma, una specie di specchietto per le allodole, raccontato oggi con aria divertita da Agata Alibrandi: “ Un giorno “so matn” mi invitò “a so casa”, dove mi sono fermata a passare la notte. Io da “figghiulazza” avevo il sonno pesante e finì che io e Vincenzo “ni ficimu a fuitina”“.

Ma l’“Astuto” Vincenzo, anche da sposato, di appendere i pennelli al chiodo proprio non ne voleva sapere: dipingere, infatti, da innata passione, diventò un lavoro a tutti gli effetti. “A quei tempi – racconta Astuto – andavano di moda i carretti decorati con le storie dei paladini di Francia. Ed io ogni giorno avevo il mio bel da fare per accontentare le richieste dei “carrettieri”, che erano “vanitusi comi fimmineddi”. Specialmente Angelica doveva essere bellissima, e se veniva tale il mio compenso era gonfiato da una bella mancia”.

Con la diffusione degli autocarri, i carretti tendevano a diminuire; ma non il lavoro per Astuto che intanto si era messo a dipingere i quadri per i cantastorie: “”Fammi u mafiusu chi ci spara nta vucca”, mi dicevano, e io glielo disegnavo subito, con baffi, coppola e movimento che ricalcava i personaggi della cavalleria rusticana”. Per disegnare un carretto sui tamburelli, invece, gli davano all’inizio trenta lire e cinquemila lire negli ultimi tempi. “Quando mio marito chiese un aumento al signor Franchina (un commerciante di oggetti siciliani), finì il lavoro – afferma Agata Alibrandi -. Adesso sono stampati con le presse; tutti uguali”. Pescando nei ricordi di Astuto la sua vita segna alcuni momenti di difficoltà, superati brillantemente grazie alla sua intraprendenza: “ Durante la guerra, per colpa dei bombardamenti, io e mia moglie ci siamo dovuti allontanare da Messina per rifugiarci nei ricoveri. Di giorno giravamo per i paesi di montagna, con i quadri di Messina bombardata e qualche tela bianca, “banniannu”: semu sfullati, avemu i quadri di Messina bumbardata, nisciti chi vi facemu u ritrattu. Non vulemu soldi ma a spisa (da mangiare)”.

Ancora una volta l’Astuto pittore aveva trovato il sistema per sbarcare il lunario. Per sua stessa ammissione la sera tornava nel ricovero con le borse stracolme di cose da mangiare. Potenza dell’arte “Ma quale arte? E’ che io ero incinta e la gente si inteneriva, rifiutando, a volte, pure il quadro e dandoci comunque da mangiare”, interviene la signora Agata, gettando un’ombra sinistra sul talento del marito.

Subito dopo la guerra i quadri di Astuto oltrepassano persino l’Oceano Atlantico: Don Vincenzo era in prima linea, sulla banchina del porto, per eseguire ritratti ai marinai americani delle Us Navy. “Un giorno ho fatto il ritratto pure al comandante di una corazzata – dice Astuto – che appena vide il mio lavoro si complimentò tantissimo e mi pagò pure meglio degli altri marinai”“. Negli ultimi anni Vincenzo Astuto si è convertito al mercato, alle richieste dei suoi clienti desiderosi di possedere un’opera d’arte, e d’autore. Così il falso Modigliani oppure il Van Gogh fatto in via Taormina sono ormai una consuetudine. Copia tutto, anche la ragazza che pubblicizza il dentifricio, oppure Clark Gable, ritagliato da una rivista e tutto per poche migliaia di lire.

1989 – Francesco Venuto

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