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Ultimi arpioni speciali per il re/Ritratto di Domenico Mancuso, l’artigiano che costruisce armi per la cattura del pescespada

MESSINA – Sole nascente, quindici feluche tagliano lo Stretto. Le vedette sugli alberi, sottili tralicci ondeggianti che si alzano fino a trenta metri, interrogano il mare piatto, una tavola d’acqua. Silenzio, ferito solo dalle lunghe passerelle che tranciano l’aria.
Il giorno di Sant’Anna è toccato a Domenico Mancuso compiere un gesto secolare che è oggi un verdetto di morte: impugnato l’arpione, ha rotto il silenzio squarciando d’un colpo il fianco del pescespada.
Il sole è alto e l’acqua rossa, la bestia di centodieci chili cerca i fondali per l’ultima volta. strattonando la sagola. Nel vociare concentrato dell’equipaggio. Poi il rito si compie. E il re dello Stretto andrà in tavola arrosto, con o senza “sammurigghiu”, degna corona d’olio, aglio e origano; a braciole, tenere e colorate di salsa di pomodoro; “a ghiotta”, ricco e lussuoso di gusto. Ma quest’anno, a Sant’Anna quindici feluche hanno portato a riva solo due pescespada: «Qualche anno fa, in questa giornata, si pescavano trenta, quaranta prede». Sulla bocca di “mastro Antonio”, 79 anni, sembra una vecchia storia di mare, di quelle che i bambini rubano sulla spiaggia nelle sere d’estate.
Qui i pescatori attendono il pescespada come il figliuol prodigo, e passa una settimana prima che se ne avvisti uno, sfuggito alle muraglie di reti delle “palamitare” o ai grossi ami della “conza”. Le reti derivanti usate da quasi tutti i pescherecci producono un’inutile “mattanza” di pesce spada: si snodano inpenetrabili anche per quindici chilometri, tagliando la strada a pesci piccoli e grossi, comprese le femmine incinte e le migliaia di uova, rastrellano il mare, possono intralciare il cammino di interi banchi di pesce azzurro. In ognuno di questi lacci giganteschi possono cadere anche delfini, ma una volta svuotate vengono riposizionate nuovamente, e poi ancora, finché la quantità del pescato non viene giudicata soddisfacente, e si torna a riva; può passare una settimana, anche dieci giorni.
Nello Stretto, quindi, l’unico mare dove la caccia si svolge ancora con “l’arpione”, lunga asta con la punta metallica ad alette, arrivano solo gli “spada” superstiti, non di rado con l’amo infilzato in bocca, sfuggiti per caso ad una prima morte. Per questo sono rimaste quindici feluche, anch’esse sopravvissute: tredici messinesi e due calabresi, a setacciare un braccio di mare diviso tradizionalmente in zone, una per imbarcazione e diversa ogni giorno.

«Un tempo erano venti parti, ogni pezzo di mare col suo nome: a pricopara, a spina, u fossu, u pettu, a bedda, u principi, u palazzu, santati, pirainu, salina»,
Mastro Antonio li recita come cantilena, li indica. I pescatori riconoscono ogni millimetro d’acqua.
Mastro Antonio Puglisi non è un pescatore, ma vive col mare, col pescespada e col tonno. Per una vita ha costruito arpioni e ami, ora si occupa della loro manutenzione: ha un ruolo importante come chi uccide lo spada, o la vedetta, che dall’alto dell’albero guida la nave ed ha in mano tutti i comandi.
«Il segreto dell’arpione è nella “tempera” -afferma mastro Antonio- che è l’urina. Quale uso per gli arpioni, però, è un segreto». Ancora, quando un pescespada muore sotto un’arma temprata da lui, una parte della preda gli spetta. Come un voto. Ma gliene tocca sempre meno; la stagione dura da maggio a fine agosto, e ogni anno la quantità del pescespada diminuisce. Per il tonno si parla di un calo del settanta per cento .
«Tra quattro, cinque anni, non ci sarà più spada nello Stretto, né feluche», afferma Domenico Mancuso, 39 anni, trentacinque trascorsi per mare. Senza fatalismo né rassegnazione: fatti i conti, basta tirare le somme. Anche lui, come tutti i pescatori di “spada” nella maniera tradizionale, oggi non vive di mare.
«Un proprietario di feluca riesce a guadagnare dieci milioni l’anno -afferma Mancuso- i ragazzi che aiutano sulla barca, più o meno esperti, arrivano a non oltre uno, due milioni a stagione. Detratte le spese (e si parla di far uscire un’imbarcazlone a due motori, che “beve” nafta a garganella), è pure ridicolo pensare di sopravvivere così».
Hanno quindi scelto la via dell’impiego e dello stipendio.
Vanno dietro al pescespada “per diletto”, “per mangiare pesce fresco”, “per non lasciare ferma la feluca”, per esorcizzare la fine.
Giocano un po’ ad acchiappare i fantasmi, e coi loro tralicci perpendicolari sembrano anch’essi spettri di navi.
Dimenticati da tutti gli assessorati, soggetti alle multe della finanza, sprovvisti di autorizzazioni, continuano a rischiare tempo e soldi per abitudine e per amore. E con ogni feluca scomparsa dallo Stretto (ogni anno se ne fermano un paio) è un nuovo sussulto per una tradizione marinara che è anche identità etnica e cultura di un luogo e di un popolo.
«L’assessorato al Turismo pensa di farla rivivere con la sagra del pescespada, che si svolge all’inizio di agosto. Ma dopo l’allegria tutto ritorna come prima. Peggio di prima -afferma Domenico Mancuso-. È come fare la festa al moribondo, per rendergli la fine meno brutta».
Francesco Venuto