Crea sito

Sulle orme di San Calogero di Naro

AGRIGENTO – Di nuovo in auto, una vecchia Punto senza aria condizionata, la giornata è cupa e incontriamo spesso la nuvoletta di Fantozzi. Siamo diretti a Sciacca per pernottare nel solito B&B dal nome strano, “Aliai“, ma di nuova realizzazione e accogliente.

Sulla Caltanissetta-Agrigento incrociamo più volte cartelli che indicano strade dirette a Naro; saltiamo il primo segnale, il secondo, ma poi ci fermiamo in un’area di servizio con l’intento di tornare sui nostri passi e imboccare una di quelle vie. La visita alla toilette dell’area di servizio è da dimenticare: ma nessuno verifica le condizioni igieniche di questi luoghi pubblici in Sicilia? Le stesse compagnie petrolifere non provano vergogna per tanto degrado?

 

Consumato un caffè, fumata una sigaretta, torniamo indietro e svoltiamo a destra percorrendo una strada, che scopriamo non particolarmente comoda, che ci dovrebbe condurre, buche permettendo, a Naro.
Ma perché siamo attratti in maniera così irresistibile da questo paese? Cosa ci fa tornare in mente questo toponimo?. Forse questi versi  della Taberna Mylaensis. “San Caloriu di Naru di Miraculi ni fa un migghiaru, San Caloriu di Girgenti di Miraculi ni fa pi nenti”, con tutta una serie di varianti che potrete rintracciare nei siti citati, o linkati in questo stesso servizio.

San Calogero è un Santo straordinario, diverso, probabilmente anche moderno, trascinatore di folle, di giovani e di anziani, che lo adorano e lo festeggiano ancora oggi con immutato slancio.

Per capire il senso di questo mito religioso bisogna leggere l’articolo che gli ha dedicato Giuseppe Alfano su “La voce di Campofranco” , “La festa di San Calogero”.

O ancora Leonardo Sciascia in un suo libro: « Nero di volto e di veste, bianca la lunga barba, un lungo bastone in mano, San Calogero Eremita è considerato in tutta la provincia il Santo che sa meglio intercedere per la guarigione delle ernie. L’altro San Calogero venerato ad Agrigento, e ancor meno quello venerato a Sciacca, nessuno che non sia di Agrigento o di Sciacca li prende sul serio: Si dice: “San Caloriu di Girgenti / fa li grazi e si nni penti / San Caloriu di Naru / fa li grazi a cantaru ” (San Calogero di Agrigento / fa le grazie e se ne pente, / San Calogero di Naro / fa le grazie a quintali: con generosità, con abbondanza).

Su Naro e sui naresi ci sono a Racalmuto tre detti: Il primo riguarda la festa di San Calogero: “A Naru ca c’è la riebbrica” ( a Naro che c’è la replica). La “riebbrica” della festa: poiché il 18 giugno c’è la festa grande; otto giorni dopo, il 25, la replica. Ma più dimessa, senza l’accorrere dei devoti dai paesi vicini. La frase si usa dire ai bambini quando tornano a chiedere un dolce o la ripetizione di un gioco. Ai grandi quando, non soddisfatto il primo, ricorrono per un secondo prestito: di denaro, di utensili. Spesso abbreviata in “A Naru”, ed esclamativamente».

Ma lasciamo da parte per un momento Naro: prima di arrivarci passiamo da luoghi a noi davvero sconosciuti, come Castrofilippo. Sembra un paese integro nella sua struttura architettonica antica e molto particolare. Per questo motivo è affascinante, un vero tuffo nel nostro passato.

Intendiamoci: qui nessuno pensa di indagare a fondo su di una realtà così complessa e così speciale. Non possiamo avere queste pretese per svariati motivi, compresa la mancanza di tempo. Certo sarebbe bello vivere qui per almeno un mese, parlare con la gente, fotografare gli angoli più sconosciuti, comprendere la vera essenza di questi luoghi. Ma noi non siamo viaggiatori nel vero senso del termine, siamo solo dei “passanti” e ci possiamo limitare unicamente a segnalare i posti che visitiamo, linkando le notizie che ci sembrano più autorevoli a beneficio dei nostri lettori.

 

Resta il fatto che la Sicilia, quella vera, quella dei viaggiatori stranieri del passato, doveva apparire come Castrofilippo: contadina, grigia o giallastra, polverosa e silenziosa. La Sicilia dei panni stesi sui balconi delle strade principali, e dei secchi d’acqua svuotati sui marciapiedi. La Sicilia degli anziani seduti davanti alle sedi delle associazioni operaie e d’agricoltori, di chi sembra attendere non si capisce cosa e si stupisce per l’arrivo del “forestiero”.

Il nostro avvicinamento in direzione Naro continua: lungo la strada incontriamo diverse case, tutte uguali, disabitate, abbandonate. Probabilmente si tratta delle costruzioni realizzate dallo Stato in una delle riforme agrarie attuate in passato: i contadini avrebbero dovuto vivere isolati in case piccole e umide, buone per i maiali. Soldi buttati e grande miopia politica.

I problemi d’acqua in queste aree della Sicilia fanno parte della storia, quindi appare sorprendente la visione di un fiume. Un fiume che alimenta una diga che sembra un lago… Eppure l’acqua c’è… La Diga San Giovanni

 

Dal sito del comune fanno sapere che il lago non è ancora attrezzato per scopi turistici. E noi ce ne siamo accorti. Ed è un vero peccato.

 

Quando arriviamo nel centro abitato di Naro, scopriamo una bella città dal passato glorioso e ricca di chiese e monumenti.

Qui è nata la festa del mandorlo in fiore, poi fagocitata dalla vicina Agrigento.

«La Sagra del Mandorlo in fiore nasce a Naro (AG) nel 1934. Lo scopo era quello di promuovere i prodotti tipici agrigentini fornendo così uno strumento per il lancio e la commercializzazione di alcuni prodotti tipici siciliani. L’idea venne al Conte Alfonso Gaetani, che vedendo nella vallata sottostante ( Valle dei Templi) lo spettacolo che la valle offriva con i suoi mandorli infiorati, decise di trasferirla ad Agrigento, la quale avrebbe potuto dare maggiore risonanza mostrando questo spettacolo ad una più vasta platea…». (Tratto da Case Carlino) .

 

 

 

E il “furto” della Sagra del Mandorlo in fiore è anche la metafora della decadenza di una cittadina che ha avuto in passato un ruolo ben diverso di quello che stenta a ritagliarsi oggi, Noi siamo passati di qui il 18 giugno, in occasione della prima festa dedicata a San Calogero. Quindi Naro era più abitata del solito per il riotrno degli emigrati e per l’arrivo di qualche turista, e per la presenza delle bancarelle del tradizionale mercatino. Gli anziani incontrati per strada, e con i quali abbiamo parlato del più e del meno, esaltavano il passato della città messo a confronto al vuoto del presente, con un malcelato velo di tristezza e di rassegnazione.

NaroP1010034

Sono le quattro del pomeriggio e a Naro c’è comunque aria di festa. Festeggiamo anche noi San Calogero infilandoci in una pasticceria dalla quale usciamo con un vassoio di dolci locali, a base di vino e spezie, glassa di zucchero e aromi alla vaniglia, al cocco o alle fragole, marmellate e cioccolata in un tripudio di colori e sapori: «Per San Calogero, la festa del Patrono, è usanza mangiare la cubbaita, dall’etimo arabo qubbayta, dolce di mandorle sgusciate, impastate a caldo con miele o zucchero. Particolare di questa festa sono anche gli ex voto, fatti con pane a forma di gamba, piede, braccio, testa, (che riproduce, cioè, le varie parti del corpo), che vengono portati in chiesa, benedetti e distribuiti in forma di devozione ai fedeli, che ne fanno richiesta». (Tratto dal sito ufficiale del comune di Naro)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I dolci di Naro ci conforteranno per il resto del viaggio: Sciacca è ancora lontana, ma il nostro obiettivo è ben più distante.

Francesco Venuto