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Su papà Musco non calò mai il sipario

Angelo Musco con in braccio la figlia Franca, ancora neonata, intervistata nel servizio
Angelo Musco con in braccio la figlia Franca, ancora neonata, intervistata nel servizio

MESSINA Diario familiare del grande attore catanese raccontato, sorridendo, dalla figlia Franca: “Com’era in scena così era a casa”. Quando a Messina fermò un tram per allacciarsi una scarpa. Vita patriarcale al Grand Hotel. Angelo Musco, catanese purosangue, nel 1920 acquistò il Grande Hotel sul viale San Martino, uno dei due grandi alberghi cittadini. Per Messina nutriva un amore particolare. Gli piaceva l’acqua «leggera» e corrente, tanto che qualcuno mise in giro la voce che Musco si lavasse solo quando veniva a Messina. II Grand Hotel aveva 110 camere; nel 1963 venne demolito e al suo posto sorge ora uno dei palazzoni commerciali del centro cittadino. Ma un appartamento – di ottocento metri quadrati – è rimasto alla figlia primogenita del grande comico, Franca, adesso sessantaseienne.

Quanti gli aneddoti sulla passione di Musco per Messina? Centinaia, sterminati.

Proprio davanti al Grand Hotel uno degli episodi più noti, di cui si parla ancora oggi. «Io e mia sorella Annamaria eravamo uscite con papà per una passeggiata – racconta Franca Musco – quando il portiere gli fece notare che aveva una scarpa slacciata. Papa, guardandosi intorno, non trovò appoggio per il piede. Fece segno ad un tram che passava velocemente, che si fermò con grande stridio dei freni, tra l’entusiasmo dei passeggeri che pensavano volesse salire. Si allacciò la scarpa sul predellino e poi, rivolto al conducente: “Sabbenedica, e grazie”, lo salutò».

Nel racconto di Franca emerge il Musco uomo e padre: «Calato il sipario, papà era uguale all’attore che il pubblico conosceva. D’altra parte la nostra vita privata era nota anche nelle sfumature più intime: si sapeva persino che quando ero piccola a papa piaceva farmi il bagno alle tre di notte, in un vasca di gomma che portava sempre con sé. In quei rari momenti in cui era libero dal lavoro, che spesso lo impegnava dalle sei del mattino a notte fonda, ci faceva ridere: a pranzo e la domenica era una grande festa, perché ci ritrovavamo insieme (con i fratelli Angelo, Annamaria e Vittorio e la madre Desdemona Balistreri, 24 anni più giovane del marito, ndr)».

La figlia ama ricordarlo più che come attore, bravo a portare in scena sia le grandi commedie che, quelle «povere» fatte di niente, come animo buono e generoso e per questo apprezzato da tutti, anche dalla famiglia reale, di cui era spesso ospite.

Ultimo nato di 14 figli Musco aveva sofferto la miseria: spesso la mattina non c’erano vestiti per tutti e il cibo era prezioso. Per questo quando la piccola Francesca non voleva mangiare l’uovo, Angelo la imboccava, dicendo che anche a lui non piaceva, ma «a Pasqua, quando c’era».

Aveva fatto tutti i mestieri, dal muratore al ciabattino, al cantante di serenate sotto i balconi. Quando divenne famoso, era sempre pronto a dare alla povera gente quegli aiuti che essa si aspettava dal «re del riso».

Pur gelosissimo dei quattro figli, specialmente delle femmine, volle che studiassero nei migliori collegi di Roma, Firenze, Catania a costo di un doloroso distacco dalla famiglia. Ma finché erano piccoli e quando, più grandi, si ritrovavano insieme, i ragazzi di casa Musco, vissero quella speciale, divertente atmosfera d’arte che avevano intorno e nelle vene: il gusto delle commedie improvvisate, delle canzoni, dei nuovi passi di danza inventati di notte, della musica.

«A casa avevamo un’intera orchestra; Annamaria cantava, io, Vittorio e Angelo suonavamo dal pianoforte al flauto. Ma l’unico ad avere il genio di papa era Angelo, che gli somigliava anche nei modi», racconta Franca Musco.

La vita di Angelo Musco junior, morto a 43 anni il Capodanno del 1969, fu segnata dall’arte dal momento in cui vide la luce. «Papa stava recitando a Milano, – quella sera ebbe un incasso di 27 mila lire – quando Carlo Terenzi, che interpretava la parte di un cameriere, gli comunicò in scena la nascita di Angelo. Il suo entusiasmo esplose davanti al pubblico e commosso urlò: «Masculu è, e milanese per giunta!».

E’ a Messina che Angelo junior impara a strimpellare il pianoforte del Grand Hotel. Benché il piccolo Angelo a tavola intagliasse col coltello nel finocchio le forme degli strumenti, dipingendo di nero le grandi tavole di un atlante geografico per ritagliare il frac da direttore d’orchestra, mamma Desdemona, che alla morte del marito prese le redini della famiglia e la gestione del Grand Hote, non volle che andasse al Conservatorio. Angelo dovette prima portare a casa “Donna Laura”, così chiamava la laurea in Giurisprudenza, per poter poi coltivare la sua ambizione musicale», ricorda Franca Musco.

Titolare di una cattedra al Corelli di Messina, direttore artistico del Teatro Massimo di Catania, vicedirettore dell’Orchestra sinfonica siciliana, compose poi musiche per i teatri antichi di Tindari, Taormina, Siracusa; lavorò con Strehler, Luigi Squarzina, Vittorio Gassman; musicò «La lupa» di Verga; diresse balletti e musiche di scena per innumerevoli opere, dalle «Nuvole» di Aristofane alle sue «Sei danze per Demetra».

Spesso si ritirava a comporre a Spartà, nel silenzio di una villa acquistata dai Musco nel 1943, per scampare ai bombardamenti che distruggevano il cuore di Messina ed avevano danneggiato anche il Grand Hotel. Lì nacque lo spartito del «Gattopardo» che inaugurò, benché opera inedita, una stagione lirica messinese e fu mandata in diretta per radio.

«Spesso — ricorda la signora Musco — quando da giovane era in ritardo sulla consegna di un’opera, lo aiutavo per tutta la notte a ricopiare le partiture. Ma il più delle volte era solo, assieme al cane».

Intanto, la terza generazione dei Musco, un altro Angelo, il figlio di Vittorio, ha ereditato la passione artistica di nonno e zio; 24 anni, studia per diventare direttore d’orchestra, compositore e cantante lirico.

Sabato 4 novembre 1989 – Francesco Venuto