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Siracusa, nella zona stazione l’aria è pungente

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SIRACUSA – Avevo titolato “Turisti si, fessi no” un servizio di consigli utili per chi andrà in vacanza, pubblicato nei giorni scorsi da questo giornale telematico. Poi mi sono messo in viaggio pure io alla volta di una destinazione qualsiasi della Sicilia. Si è proprio così: a volte ho in mente una località, mi appunto su foglietti volanti i numeri di telefono degli alberghi, mi informo su tutto ciò che può offire al visitatore quel posto, mi assicuro di non esserci mai stato e poi mi guardo bene però dall’effettuare prenotazioni e passi che potrebbero diventare vincolanti.

E così è stato anche stavolta: all’inizio dovevo andare a Sciacca, poi, a metà strada, mi è sembrata incredibilmente lontana. E faceva molto caldo. Quindi ho preferito imboccare la strada più comoda che porta a Siracusa.

A Siracusa ci sono stato molte volte nella mia vita, ma, per un motivo o per l’altro, ho potuto osservare sempre poche cose di questa splendida città. Anche in quest’occasione è andata così: non so perché, ma non riesco ad entrare in sintonia con questi luoghi e, nonostante tutta la mia buona volontà, finisce sempre male.

Intanto la città, a parte la zona di Ortigia, non appare ben messa: è polverosa, poco curata, maleodorante nell’immediata periferia. L’area a ridosso della stazione ferroviaria è un esempio di degrado. E qui, in questa zona, ho avuto la sciagurata idea di trovarmi un albergo. Un albergo dal prezzo accettabile, in confronto agli altri, ma certamente non particolarmente economico. Sul momento non ho valutato bene il guaio in cui mi sarei cacciato, forse suggestionato dal fatto, non di poco conto, che quell’hotel è pubblicizzato nella rassicurante guida dell’azienda provinciale del Turismo. Non farò il nome dell’albergo non per particolari motivi, o timori, ma per il fatto che in fondo non è colpa loro se chi dovrebbe non gli sospende, come è giusto, la licenza di esercizio.

Prima di andare avanti però voglio fare una pausa pranzo: lo confesso il mio stipendio è quello che è. Quello che era se l’è mangiato l’euro. Quindi il pranzo fuori, e a volte anche dentro, è spesso rappresentato da un “economico”, modesto, panino. Sono stato attento a non infilarmi in qualche pub o rosticceria e sono entrato in un’anonima bottega di alimentari. Sempre non molto lontano dal mio albergo e in un’area frequentatissima e polverosa. Il mio pranzo? Un panino prosciutto crudo e mezza mozzarella, l’altrà metà era già stata rifilata ad un altro cliente. Non mi sono certo curato di verificare il peso di tutto questo ben di Dio, né mi sono preoccupato di verificare il costo di una bottiglia d’acqua minerale che ho aggiunto alla spesa. Una normale minerale, neanche di quelle marcate con i nomi dei santi. Quanto pago? Sei (6) euro. Dodici mila lire per un panino. Si probabilmente non sono un turista, ma fesso lo sono sicuramente.

Una cosa però la vorrei dire ai signori vigili urbani di Siracusa, ne vedevo almeno due ad ogni angolo di strada: ma ci entrate nei negozi della vostra città? Vi siete accorti qualche volta che in molti esercizi commerciali non sono esposti i prezzi della merce in vendita?

Vabbé la gentile signora che mi ha estorto 6 euro per un panino e una minerale non mi vedrà più. E che se ne vada al diavolo. Faccio un giro per Ortigia, mi attardo per Siracusa, ammirando un po’ di rinvenimenti archeologici e qualche monumento. E si fa subito sera. Si fa tardi ed è ora di andare a letto, stanco anche per il viaggio sotto la calura (e senza aria condizionata).

Rientro nell’albergo di cui sopra, entro nella stanza, il pavimento è di ceramica opaca e la polvere di cui è ricoperto, e che non avevo visto in precedenza, si evidenzia subito sotto le pantofole. Vado in bagno, cerco di alzare la tavoletta del cesso ed ho il tempo di notare che il bidet non c’è. Vabbé qui si usa così. In Francia si e qui no? Dimenticavo: cerco di alzare la tavoletta, perché la tavoletta non è previsto che stia alzata. Un problema di montaggio? Boh? Pensandoci bene neanche i sanitari hanno un bel colore. Do uno sguardo alla doccia e non è che stia meglio: il getto è di quelli piccoli che si mettevano sui rubinetti delle vasche da bagno negli anni ’60. Ne ha visto di acqua passare dai suoi fori ed ha un colore giallo sporco. Bruciature di sigarette si intravvedono da tutte le parti, sui pensili del bagno e persino sul televisore. Insomma la sto facendo lunga e poi che volevo per 45 euro, 90 mila lire?

Quindi prendo la mira e cerco di calibrare il getto in modo tale da non colpire la tavoletta, e a 44 anni di onorato servizio, questa comincia a essere un’impresa. Fatto. Mi lavo e mi guardo bene dall’utilizzare gli asciugamani che sembrano più vecchi di me: me li ricordo dello stesso tipo quando facevo i primi viaggi da ragazzino. Accendo la tv e mi adagio sopra il letto, appena infastidito dalla federa del cuscino che lascia debordare la vecchia gommapiuma giallastra dai bordi.

Spengo la luce e, sorpresa, noto che dai vecchi infissi di legno penetra l’illuminazione esterna. Ma è solo perché gli infissi sono vecchi, un po’ ricurvi e molto fessurati. E’ il fascino dei centri storici.

Chiudo gli occhi e non penso. Ma dura poco perché arrivano inaspettati visitatori e tutti hanno un solo interesse: succhiarmi.

Succhiarmi il sangue. Sono zanzare incazzatissime, sono tante e arrivano in formazione, almeno tre alla volta. Nel giro di un’ora mi sono ritrovato pieno di morsi. Ho ucciso. Si ho massacrato almeno venti di questi esseri e altrettanti erano già presenti come decorazioni nelle pareti: scoperta che ho fatto in quella che è stata una notte di guerra e sotto la luce delle lampade usate per individuare il nemico prima che potesse colpire.
Colpire per l’ennesima volta. Ne ho vista una in diretta che si è fiondata come un’assatanata puntando verso la mia pancia e poi, con una spettacolare virata è arrivata sul mio braccio, dove ha cessata di essere tridimensionale, ovviamente.

Un inferno. Un inferno che ha poche o se vogliamo molte spiegazioni. Risparmio a chi legge gli insulti che mi sono rivolto e che ho rivolto a chi ha fatto di me un uomo povero (ma questa è un’altra storia). Per sfuggire all’assedio sono dovuto uscire nel balconcino della stanza. A fumare nervosamente, salutando di tanto in tanto, con qualche cenno di disappunto, una gentile e cortese signorina di colore che passeggiava sul marciapiede sottostante, anche lei, probabilmente, vittima della calura e delle zanzare.

Alle prime luci dell’alba ho deciso, forse tardivamente, di mettere in atto un’onorevole ritirata, senza neanche lavarmi la faccia e mandando al diavolo il portiere dell’albergo e una sua collega che aveva osato chiedermi, ostentando un sorriso di resina, se avessi passato una buona nottata. Ho chiesto pure qual era il loro/mio problema delle zanzare e se avessero mai fatto una disinfestazione. E da dove arrivasseroo quelle belve assatanate. Il tipo, incassando comunque i soldi, si è limitato a dire che ad essere infestata di zanzare era la zona… La zona? Ma andate tutti a quel paese!

Concludendo questa storia di sanguisughe, vi dico pure che sono andato all’Azienda provinciale del Turismo, dove mi hanno assicurato, dopo aver firmato un’apposita segnalazione, in un apposito foglio bianco A4 per fotocopie, che avrebbero provveduto a mandare un controllo.

Ora io mi chiedo una cosa: ma questi ci prendono per i fondelli? Ma è necessaria una segnalazione per verificare ciò che dovrebbero sapere, visto che hanno segnalato quell’albergo, concedendogli una stella nella loro guida? Lo ribadisco: mi sto rendendo conto che la colpa non è dell’imprenditore che offre un servizio ignobile e per questo a caro prezzo. La colpa è mia che sono un povero, onesto lavoratore e non posso permettermi di meglio, ma principalmente è colpa di questa massa di burocrati e amministratori che non fanno e continuano a non voler fare il loro dovere, nuocendo alla salute dei cittadini e della Sicilia. Vi assicuro che di storie simili, magari meno drammatiche, ne ho sentite diverse nei successivi giorni passati in provincia di Siracusa. Morale della favola: “Turisti si, fessi no”. Cercate di non essere fessi almeno voi.
Francesco Venuto