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Santa Marina Salina, l’arcobaleno abita qui

SALINA – “Le falde dell’isola sono ammantate da lussureggianti vigneti nel cui verde si immergono i bianchi e graziosi sobborghi”. “Il Sierru i l’Acqua è una suggestiva collinetta lungo la quale si adagiano bianche casette”. “Dalla cima dello Spinnatu si possono ammirare le lussureggianti pianure di Santa Marina e di Marfa interamente coperte di vigneti con le bianche casette..”

Con queste semplici annotazioni, Luigi Salvatore d’Austria, nel 1893, in uno dei suoi ponderosi volumi sulle Eolie, ci restituisce l’aspetto tradizionale che aveva Salina alla fine dell’800.

Un’isola dagli abitati bianchi che egli stesso disegna: il terrazzo (bàgghiu) con le bianche colonne (pulièri ), i semplici cubi allineati o sovrapposti affacciati sul mare, con i tetti a terrazzo (astrica) bianco senza ringhiere né muri, come bianche vele di-stese nell’azzurro. Una tradizione architettonica che si ritrova molto simile nelle isole greche, in particolare nelle Cicladi, e che ha conservato nel tempo profondi elementi della cultura greca.

L’affaccio sul mare dei terrazzamenti che reggono le case ricorda il fascino degli anfiteatri e del loro gusto per il panorama. I pulièri ricordano le colonne doriche, sia pure in forma ingenua. La semplicità dei cannizzi appoggiati a queste rustiche colonne incornicia irripetibili panorami, i cui colori vengono messi in risalto dal bianco delle case.
Un colore di purezza che è stato sparso a suo tempo a coprire le pietre nere dei vicoli, dei muretti, delle scalette. E su questi muretti e vicoli bianchi ecco svettare grappoli di fiori, che si stagliano sul verde circostante dei vigneti, della macchia, dei canneti. Il bianco corrisponde ad una cultura antica, ad un amore speciale per i colori dell’isola, la cui terra, il cui mare, il cui cielo, predominano sulle case.

Perché questo amore per il bianco, tramandato dalla memoria ed ancora riscontrabile nella maggioranza dei ruderi presenti, soggetti a nuove ricostruzioni? Si potrebbe spiegare, come hanno notato alcuni studiosi, tra cui Vittorio Famularo, che la predilezione per il bianco nasceva da una considerazione climatica perché le casette costruite con le scure pietre di lava dovevano essere intonacate e rese fresche respingendo il sole; a ciò si aggiungeva un certo amore per la pulizia dei muri e delle case da cui la bianca parete liscia ed i bianchi bisòla respingevano insetti, topi e rettili.

Ma soprattutto io credo che ci sia in questo un profondo spirito greco, con cui l’amore per la luce bianca, la purezza e l’estrema semplicità delle strutture sono tutt’uno. Salina, come le altre isole minori, presenta tuttavia numerosi esempi di facciate colorate degli stessi ruderi antichi. Facciate in cui si aggiungevano colori alla calce trasformandola in colori pastello. Ma io credo che questo uso, comunque minoritario, costituisca una ibridazione della tradizione prevalente e sia successiva nel tempo agli abitati più antichi. Probabilmente si tratta di un uso siciliano o partenopeo, dato che le case colorate sono piuttosto diffuse in Sicilia, in Campania e nel Mediterraneo. Non si può escludere, tuttavia, che l’uso dei rossi sia stato portato dalla dominazione di Roma imperiale sull’isola.

Resta il fatto però che alla fine dell’800, l’aspetto degli abitati dell’isola è bianco, a significare una predilezione degli abitanti ed una prevalenza della memoria del bianco. Cosa è successo allora nell’ultimo secolo?
Ricordo che trent’anni fa intervistai il vecchio signor Cuono a Ginostra, e ricordo che si lamentava delle case colorate presenti nella sua isola: “I casi nuostri sunnu ianchi, appoi vinniru genti nova e purtarunu tutti sti culura streusi “. Si può ipotizzare che sia successo qualcosa di simile a Salina, in seguito al ripopolamento successivo al 1930, dopo la crisi emigratoria dell’isola?

L’uso dei colori si è forse intensificato con l’insediamento di nuove famiglie e la ricostruzione delle vecchie case dell’isola?
Mi è attualmente difficile rispondere a queste domande. Per il momento posso solo ricostruire la mia esperienza di isolana d’adozione e manifestare il mio disappunto per la recentissima invasione dei colori sulle facciate. Ho avuto la fortuna di alloggiare sempre in antiche case rurali tradizionalmente bianche e ne ho goduto la particolare bellezza. Ma mi guardo attorno e vedo la semplice dignità dei pulièri scempiata da tinteggiature color arancione o turchese o peggio rosa porcellino. Nel bel mezzo dei bianchi abitati spuntano cubi rosso carminio, albicocca o salmone e poi tutta la gamma del rosa dal confetto al fucsia.

Sembra una fiera sudamericana, non più un’isoletta di ascendenza greca, colonizzata dalla mitica stirpe degli Eoli. Una volta Isola Verde, Salina diventerà presto un’isola arcobaleno, dove il colore del suo verde sarà sommerso dai colori artificiali di una nuova moda chiassosa ed esibita, imitazione delle cittadine costiere del continente.
La casa rurale eoliana ha un valore di monumento e dovrebbe essere tutelata in primo luogo a partire dal colore. E infatti l’intento del piano territoriale paesistico redatto dal prof. Cabianca è certamente quello di proteggere l’architettura tradizionale, ancora molto presente a Salina con centinaia di ruderi o vecchie case da restaurare. A proposito di tinteggiature, si dice: “Le tinte saranno scelte con il criterio del ripristino cromatico dei colori storicamente presenti”. Allora come sono stati possibili gli esempi da me citati ? Assenza di controlli o larga interpretazione di ciò che il piano prevede e consente ? Eppure io sono certa che se oggi il prof. Cabianca vedesse come sta cambiando il paesaggio di Salina, rimpiangerebbe di non essere stato ancora più restrittivo imponendo il monocolore bianco con pochissime varianti di sfumature e imponendo soprattutto che chiunque si accinga a ritinteggiare un rudere ricostruito o casa già esistente dia prova del colore precedente da ripristinare e a questo si attenga scrupolosamente.

Altrimenti avviene ciò che già è avvenuto per le tettoie e per gli infissi: si osservano frequentemente tegole, persiane, serrande e arredi di ferro, alluminio o plastica che fanno a pugni con l’architettura tradizionale. Le case bianche ereditate dagli antichi abitatori dell’isola sono un patrimonio altrettanto prezioso quanto la Fossa delle Felci e richiederebbero un orgoglio della memoria, insieme ad un regolamento edilizio e ad una attentissima politica amministrativa di tutela.

Nella Ginatempo (docente Sociologia Urbana Università di Messina)

pubblicato per la prima volta on 29-01-2003