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Reprint – Filicudi, qui regnava la palma nana

FILICUDI – L’isola di Filicudi come la foresta amazzonica: l’uomo in meno di cinquecento anni ha distrutto una specie arborea talmente diffusa che, nell’antichità, spinse Aristotele a coniare il toponimo greco “Phoinikodes” (l’isola delle palme). La storia della scomparsa delle palme a Filicudi è riportato sul terzo numero dei “Quaderni del Museo Archeologico Regionale Luigi Bernabò Brea”, “Nuovi studi di archeologia eoliana”.

In un articolo di Pietro Lo Cascio e Salvatore Pasta vengono passate in rassegna le motivazioni che indussero in errore diversi ricercatori che, non trovando traccia di palmizi sull’isola, optarono per l’ipotesi che lo stesso toponimo greco fosse in realtà riferito all’abbondante presenza di felci anche a causa del nome di maggior rilievo dell’isola: “Monte Fossa delle Felci”. Tesi sostenuta dal botanico Zagami nel 1960 e da altri autori le cui deduzioni, alla luce di quanto è emerso di recente, non avrebbe alcun fondamento scientifico.

La “palma” cui si riferiva invece Aristotele – secondo Lo Cascio e Pasta – era quasi certamente la Palma nana, che gli scienziati conoscono come “Chamaerops humilis”. Si tratta dell’unica rappresentante della famiglia delle Palmae oggi presente allo stato spontaneo nell’area occidentale del bacino del Mediterraneo. Quanto affermato dagli autori dell’articolo sui “Quaderni del museo Archeologico” potrebbe apparire campata in aria se rapportata all’abbondante letteratura esistente sulla flora delle Eolie: Gussone (1832-1834) per primo cita la presenza della palma per Lipari, Panarea e Basiluzzo; Habsburg Lothringen (1895), Lojacono-Pojero (1906), Longhitano (1983) non riferiscono mai di aver rilevato questa specie a Filicudi.

Quindi si tratta di un giallo storico-botanico risolto solo da poco tempo, nel corso di alcune ricerche che hanno tolto quasi tutti i dubbi agli scienziati: a Filicudi la “Chamaerops humilis”, la palma nana, è stata rintracciata sia allo stato fossile che vivente. Addiritturadai dati rilevati si può dedurre che la presenza delle palme nel patrimonio floristico di Filicudi sia stata costante.

Esiste comunque il contrasto tra l’abbondanza dei reperti fossili rilevata nelle stratificazioni dei “Siccagni” con l’attuale esigua presenza di esemplari della specie di palmizi. E’ in questa fase che si inserisce l’opera devastatrice dell’uomo: tra il XVII e il XIX secolo si registra sull’isola un forte incremento demografico. L’uomo cerca nuovi spazi per le sue colture, realizza le opere di terrazzamento visibili ancora oggi nonostante il totale abbandono delle attività agricole. La trasformazione del paesaggio vegetale appare drastica, sconvolgente e repentina.

A Filicudi non c’erano gli alti alberi della foresta amazzonica, ma piccole palme. Eppure l’uomo in entrambi i casi, per farsi spazio, non ha esitato a distruggerle.
Francesco Venuto

Pubblicato per la prima volta on 30-03-2001