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Noi, i sindaci inossidabili

MESSINA – Le donne-sindaco della provincia di Messina appartengono a quella che si può definire una razza già estinta. Stelle cadute ancor prima di aver fatto parte di un firmamento «per soli uomini», la cui presenza invadente lascia ben poco spazio a tailleur e tacchi a spillo.

E così dal monitor dei sofisticati computer della Provincia regionale scorrono un centinaio di nomi maschili, tra quelli seduti nelle fatidiche poltrone, per fermarsi solo un momento segnalando la presenza di una sorta di fantasma: è una giovane donna di Santa Teresa Riva, Pinella Aliberti, di professione avvocato, che per quindici giorni, lo scorso autunno, ha retto faticosamente il noto comune jonico. Due settimane intense, piene di interviste, di interessamento generale per una ragazza affascinante del cui viso, per tutto il tempo, si sono ingentilite le testate dei quotidiani e delle televisioni locali. Un «capitano di breve corso» al quale molto presto sono stati strappati i galloni, a favore di uno sbrigativo commissariamento.

Qualcuno dice: «la “sindachessa” è stata vittima della mancata approvazione del bilancio e non del rifiuto di un uomo di alzarsi e cedere “la poltrona” ad una signora». Ma è andata veramente così?

Piccoli interrogativi alla cui risposta tutti si sottraggono velocemente, e chissà se il padre dell’Alibeffi, Salvatore, tra l’altro consigliere provinciale democristiano, non abbia pensato qualche volta che sarebbe stato utile mandarci un figlio maschio, in quella «roccaforte» vicino Taormina.
Il caso Santa Teresa è solo l’ultimo, in ordine di tempo; in passato si registrano altre gentili presenze al timone, come Anna Scalia nel Comune di Torregrotta, estromessa dalla carica di sindaco per incompatibilità, dopo alcuni solerti ricorsi al Tar. Si ha notizia di un’altra signora in quel di Malfa, nell’isola di Salina, ma ad un primo-cittadino donna da quelle parti preferiscono migliaia di presenze femminili straniere nella stagione estiva.

Salvatore Raciti, un giovane studente di Barcellona, sostiene che gli uomini temono il possibile strapotere che potrebbero conquistare le donne del Messinese. Ma ai timori supposti fa eco un’omogeinità amministrativa, a livello provinciale, che appare quantomeno inaspettata.

Mettendo da parte i grossi centri in cui spiccano figure di sindaci in carriera, in quella novantina di ex feudi più o meno piccoli emergono dati di sorprendente longevità, dal punto di vista dei mandati di primo-cittadino. Un lungo elenco di persone che vantano una militanza a capo del palazzo di appartenenza pressoché trentennale: più che seduti nella poltrona vi si sono incollati direttamente, accrescendo di giorno in giorno la loro statura politica a livello locale. Se è vero che Andreotti abbia rubato il motto «il potere logora chi non ce l ‘ha» ad un politico siciliano, si può avanzare seriamente l’ipotesi che la frase sia stata pronunciata da un messinese.

Il record in assoluto lo detiene il primo-cittadino di Castelmola, Leopoldo Biondo, che è stato il più giovane sindaco d’Italia essendo stato eletto ad appena ventuno anni; oggi il ragazzo prodigio di un tempo è un signore cinquantenne che, memore del suo prestigio, continua a cavalcare l’onda del successo in barca ai meno stabili comuni che osserva dalla «terrazza con vista» su Taormina e Giardini.

Non a caso questi personaggi vengono definiti i «nuovi baroni», un vecchio film rivisto e corretto che fa leva, stavolta, sulla complicità della gente e l’appoggio di una decina di consiglieri che spesso alzano il braccio, in segno di approvazione, pur non essendo del tutto convinti.

E dove regna il capo carismatico è difficile assistere a riunioni di consiglio comunale movimentate, anzi di solito si svolgono nell’apatia più totale e con una cornice di pubblico interessato solo all’approvazione di questo o quel punto all’ordine del giorno.

«I cittadini sono divisi in due categorie: quelli che non hanno problemi economici, e si aspettano da te la realizzazione di pubblici servizi, e coloro che chiedono di poter lavorare»: a parlare è Domenico Magliarditi, sindaco democristiano di Torregrotta da «appena ventitré anni, oggi in pensione dopo essere stato dipendente dell’Ente di sviluppo agricolo.

«All’inizio era tutto più facile ed avevo vent’anni in meno – continua Magliarditi – oggi è necessaria la presenza costante del sindaco nel Comune».

E se provate a chiedergli cosa si attende la popolazione da un primo cittadino da tanto tempo sulla cresta dell’onda, vi risponderà con una citazione evangelica: «Non chiedere alla sinistra ciò che fa la destra».
Il frutto del suo lavoro ventennale è condensato soprattutto nella soluzione di diversi piccoli-grandi problemi, specialmente dal punto di vista della viabilità: l’eliminazione del passaggio a livello, ad esempio; l’approvazione del piano regolatore generale, e tutta una nuova serie di opere realizzate che si ripetono analoghe sulla bocca di tutti gli altri sindaci interpellati, quasi che il primo comandamento sia giustificare la lunga permanenza sulla poltrona più ambita del Comune.

Nessuno dubita che in tutti questi Comuni si lavori per rendere un buon servizio pubblico ai cittadini, sarebbe altrimenti ingiustificata la valanga di preferenze che si riversano sulla stessa persona per decenni. Ma nello stesso tempo anche gli stessi amministrati, che sono stati avvicinati, non hanno fede, in alcun caso, nella vocazione missionaria del sindaco.

Il socialista Elio Anastasio regge a Castroreale una coalizione formata da componenti del suo stesso partito, alcuni consiglieri comunisti e tre democristiani costretti ad un ruolo marginale. Anastasio è in carica dal 1971.
1990 – Francesco Venuto