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Messina, Noi canottieri in regata

MESSINA – Più di un secolo fa sulle rive dello Stretto, da una lunga tradizione marinara, nasceva a Messina il circolo di canottieri «Thalatta». Nel 1886 un gruppo di appassionati dava vita ad un’iniziativa che, da Napoli in giù, era tra le prime in assoluto. Quei ragazzi, innamorati del vento e delle onde, rubarono la parola “mare” al vocabolario di greco che portavano a scuola sottobraccio e da allora “Thalatta” significò barche affusolate che scivolano sull’acqua. Che solcano le onde nel tratto di costa tra la zona antistante la chiesa di San Francesco e lo sbocco a mare del torrente Boccetta, dove c’è l’odierno approdo degli aliscafi.

Una fabbrica di campioni cresciuti tra le urla degli spettatori che lungo la cortina del porto si sporgevano ad incitare i canottieri in regata. Un secolo di storie di mare raccontate dai “vecchi” della società e da qualche foto ingiallita; come quella che il cavaliere Alfredo Sebastiano lasciò in eredita al circolo, per ricordare ai posteri il suo secondo posto nei campionati assoluti della specialità due senza: era il 1926 e il cavaliere gareggiava in coppia con Pasquale Princi.

Racconti d’avventura ricordati da Giuseppe Scarfi, un anziano pescatore di Ganzirri che da ventinove anni è il nostromo dei canottieri “Thalatta”. Negli anni Cinquanta, ad esempio, per partecipare ad una gara a Catania gli atleti decisero di andarci via mare, con le loro esili imbarcazioni e la forza della braccia: la bravata costò un po’ cara, perché, stremati per il viaggio, non conquistarono allori. Ma restava pur sempre un’impresa da raccontare.

“Negli anni Sessanta – racconta Scarfi – quando l’allenatore era mister Vittori, un’ex olimpionico, i ragazzi partirono per Villa San Giovanni con un “otto”, imbarcazione mossa da otto rematori e un timoniere. Al ritorno da Villa, però, qualcosa non andò per il verso giusto e, giunti a metà traversata, l’imbarcazione si capovolse. “I nove atleti restarono per una giornata in balia delle onde, tentando di aggrapparsi alla meglio alla carena della barca. Furono salvati alla fine da un gruppo di pescatori di villaggio Pace che, scorgendo da lontano quella massa nera galleggiante credettero che fossero delle casse abbandonate da contrabbandieri”. Allora di barche nello Stretto ne passavano poche, mentre il traffico navale è proprio uno dei problemi odierni della canottieri “Thalatta”.

“Quella nave sbandata sulla dritta – dice il giovane allenatore Francesco Fagioli, facendo segno verso lo Stretto – si sta avvicinando ad alta velocità verso la Madonnina, e presto l’onda che si alza al suo passaggio creerà dei problemi ai ragazzi
che adesso si trovano in mare”. Qualche momento dopo, presso la banchina dove ha sede il circolo dei canottieri messinesi, è tempesta; identiche ondate preoccupanti si alzano al passaggio frequente degli aliscafi. Insomma, per allenarsi, i nuovi campioni devono fare i conti con la realtà che li circonda: circolazione congestionata non solo sulla terraferma. Tra l’altro, le regate di una volta, quelle lungo il porto, sono state accantonate già da tempo e adesso il canottaggio si pratica soprattutto nei laghi. Come quelli artificiale di Naro, in provincia di Agrigento, dove Luigi Michaud nel 1987 ha vinto una regata: e spera di ripetersi nel 1991 quando in quell’invaso dell’Esa si terranno le gare per la coop. aliscafi.

La giovane promessa del canottaggio messinese è uno dei venti ragazzi che attualmente compongono la rosa degli atleti della «Thalatta»; che pratichi questo sport si nota dal portamento e dalla fascia muscolare delle spalle e del collo, vistosamente sviluppata. Remare, oltre che ad esaltare il gusto della sfida con Nettuno, serve anche a tonificare ed irrobustire il corpo: forse per questo anche due fanciulle. Noemi Pappalardo, di 14 anni e la quindicenne Emilia Fragale, non disdegnano di competere alla “Thalatta” con gli energici colleghi maschi.

Ma, al momento di scendere in mare, tra gli atleti si accende la solita disputa su chi deve fare il timoniere: Luigi Michaud, Carmelo ed Alessio Altadonna, Nino De Domenico ed Augusto Saia, con assoluta dedizione alla fatica, rifiutano di ricoprire il ruolo di “capitano” dell’imbarcazione, quello che sceglie la rotta, dà gli ordini e, principalmente, non si spreca più di tanto.

Oltre alla profusione di energie, i canottieri di’ energie, i canottieri amano la scrupolosità e il comportamento altamente professionale: “Anni fa, durante lo svolgimento di una regata – racconta il nostromo Giuseppe Scarfi – il gruppo di atleti si rifiutò di scendere in acqua per gareggiare: dal lungomare ci comunicarono che erano entrati in sciopero. Perché? Semplice: non avevamo fornito loro le magliette con i colori sociali”
“Entrare a far parte dei canottieri Thalatta oggi è molto semplice – spiega Francesco Fagioli —Basta avere un’età compresa tra i tredici e i quindici anni e presentarsi a me alle 17,30 dei giorni dispari, quando ci sono gli allenamenti, alla sede della società. Le spese sono interamente sostenute dai soci; certo questo non ci consente di fare grandi cose e le uscite sono tante: basta considerare che, ogni volta che una barca scende in mare, «jole» o «fuoriscalmo» che sia, ha un giorno di vita in meno”.

E la cura del “naviglio” è un po’ una fissazione dei canottieri: è sufficiente un’occhiata alla rimessa dove sono ricoverate le imbarcazioni, che funge anche da officina. Un bravo canottiere è anche un maestro d’ascia, come nella tradizione marinara, o almeno un buon graffiatore di vernice.

Le barche, a seconda del numero di atleti che ospitano, variano di lunghezza, fino a raggiungere i quattordici metri. Accanto a quelle “storiche” del dopoguerra (jole) alla canottieri “Thalatta” ci sono le ultimissime, le «fuoriscalmo» d’acqua dolce in fibre di carbonio. La manutenzione delle imbarcazioni è quanto mai faticosa: ogni volta che vengono utilizzate in mare vanno sciacquate perché la salsedine non corroda la vernice e la struttura dello scafo.

E per provare la resistenza di coloro che si avvicinano a questo sport la prima tappa è il «vogatore»: un periodo di pratica alle prese con un simulatore ancorato alla banchina, provvisto di remi bucati per non spingere grandi masse d’acqua e interminabili “sedute” d’apprendimento della tecnica. Finché giunge la fatidica decisione dell’allenatore e il “nuovo” canottiere è pronto all’impatto con le onde dello Stretto.

20 aprile 1990 – Francesco Venuto