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Natalino che temeva la morte apparente

Natalino era una brava persona. Niente di che: un gran lavoratore, un discreto padre di famiglia e le altre solite cose che si dicono di una persona comune. Carusu non era più, ora che era quasi settantinu. Brav’uomo; ma Santu, mancu a parrari.

A dire il vero Natalino un po’ di nemici se li era fatti nel corso della sua vita. Incomprensioni e liti sul lavoro, con i vicini di casa, con i suoi fratelli e con chiunque gli mettesse i bastoni tra le gambe “E che è? Ci possiamo volere tutti bene?”, diceva a tal proposito.

Facendo le somme, a suo dire, aveva subito molti torti e tradimenti, molti dei quali lo avevano visto soccombere senza nemmeno accennare ad una possibile quanto comprensibile reazione. Stava attento a non oltrepassare un certo limite, forse perché la sua famiglia viveva solo del suo misero lavoro. “E io a queste cose ci penso”, ripeteva quando glielo chiedevano. Natalino, negli ultimi anni, sorprendendo tutti i suoi compaesani, assicurava la sua presenza a quasi tutte le cerimonie funebri che si svolgevano in quel pizzo di montagna dove viveva, ormai abitato quasi da soli anziani annoiati e rassegnati. In pratica non si perdeva un funerale, masculu o fimmina che fosse, giovane o vecchio.

Una volta lo videro in chiesa con gli occhi lucidissimi. Però non era commozione, ma solo influenza. Tutti si ricordano dell’episodio, perché a furia di starnutire di continuo in quella piccola chiesa affollata, Natalino contagiò mezzo paese. Quando appariva un manifesto mortuario sui muri della chiazza del paese, d’estate oppure d’inverno, Natalino si preparava. Con la divisa d’ordinanza: un vestito nero, il basco blu scuro da operaio metalmeccanico e gli immancabili filtri scuri agganciati agli occhiali da vista. Spesso, ma non sempre ad essere sinceri, lo vedevano fermarsi al cimitero per assistere alle operazioni di seppellimento del morto e alla relativa muratura della tomba. Presenza che assicurava sino all’ultimo rinzaffo di cemento, per poi allontanarsi che era già buio, ancora con i filtri scuri incollati alle lenti graduate.

Questo presenza oltre i tempi previsti in questi casi destava qualche curiosità specialmente tra i vecchi del Circolo degli Operai e quelli del circolo Reduci e Combattenti, anche se questi ultimi erano ridotti all’osso e presto -secondo quanto stabilito durante l’ultimo consiglio direttivo- avrebbero lasciato la sede perché non c’erano più fondi per pagare il canone d’affitto. Un grave problema anche perché al Circolo degli Operai storcevano il naso e non volevano accogliere i poveri reduci dei reduci che comunque non si erano mai sporcati le mani. Il Circolo dei nobili, del resto, l’unica alternativa possibile, aveva regole ferree in tema d’iscrizione di nuovi soci e, poi, continuava a mantenere un alto numero di componenti, cosa che a qualcuno non andava giù. Tanto che una mattina, nella chiazza del paese, tutti facevano la fila per vedere una manifesto, che non era il solito annuncio di morte o l’ordine del giorno del prossimo Consiglio Comunale, ma un foglio ciclostilato con un titolo ad effetto “Nobili sì, ma di sta minchia…” . Il testo del volantino, scritto da un ignoto corvo na nticchia sgrammaticato, era mirato allo delegittimazione dello status di “nobile” attribuito all’ultima infornata di nuovi membri del Circolo dei nobili.

Natalino, anche se era operaio metalmeccanico, non si era mai iscritto al circolo ricreativo di corporazione. Natalino nella sua vita non si era mai arricriatu, anzi quando smetteva i panni dell’operaio in fabbrica, alle 4 e mezza di ogni sera feriale, saliva sulla bicicletta, ormai da donna perché faticava a saltare sul sellino di quella da uomo, e continuava a lavorare in un angusto spazio sotto casa dove realizzava elementi in ferro, nella qualità di abile fabbro, talvolta anche fino a sera tarda. Anche per questo suo impegno di faticatore non stop, Natalino, da sempre, era pressoché sconosciuto nta chiazza, ma anche in chiesa dove alla fine nemmeno la moglie e i figli si vedevano tanto spesso. Anzi quasi mai. Questo è anche il motivo di una certa inspiegabilità relativamente all’ossessione di presenziare i funerali, anche perché, per quanto piccolo il paese, era quasi impossibile che Natalino conoscesse davvero tutti. Alla fine a togliersi la curiosità fu il custode del cimitero, Nino Sabatella, di cui tutto si poteva dire, ma non che amasse farsi i fatti propri. Del resto non poteva essere altrimenti con il lavoro che faceva. Una sera d’inverno, una di quelle in cui fa buio presto e i cortei funebri perdono l’allegria, la luminosità e la spensieratezza di una bella giornata primaverile più che di una estiva caratterizzata dal caldo torrido, Natalino, come accadeva spesso, rimase per assistere alla tumulazione del morto. Nino Sabatella, o Nino “Paddi di pezza”, come lo chiamavano in paese seguendo una regola di distinzione nomignolare che contava più del cognome, tra una sigaretta e l’altra, aspettando che i muratori finissero il loro lavoro, si avvicinò con discrezione a Natalino.

Don Natalì, ci vuliuvu magnu beni o morto, vieru?
– Mah, – rispose Natalino, ci parrai tanti voti, mai però mai mi dissi se si scantava dilla morti apparenti”
La Morti apparienti, ma Don Natalinu, oggi è difficili…, prima i chiudiri a cascia si spetta e si talìa u mortu con pirizia medica.
– Mah, eppuri io mi scantu
Ma chi diciti don Natalino, di cosa vi scantati?
– Mi scantu che st’autru piezzu i merda pozza nesciri du tabutu, per questo sono qui.

francesco venuto 2018