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Le sentinelle di Massa San Nicola

Gazzetta del Sud

MESSINA – Si chiama Massa San Nicola o San Nicolò (qui comunque tutti dicono Massa Santa Nicola) e si trova lungo la strada provinciale 50, quasi nascosto dentro la folta macchia mediterranea e sottomesso alla stessa arteria stradale. Un borgo antico, una volta dall’economia chiusa però fiorente. Si diceva che fosse “l’Umbria di casa nostra”, perché immerso nel verde; qualcuno si è spinto a definirlo la “Svizzera messinese”.

La realtà odierna è profondamente distante dal più benevolo accostamento: diversa dagli anni in cui si registrava la maggiore consistenza demografica (427 abitanti nel 1908) e l’occupazione principale era rappresentata dalla coltivazione degli agrumi e dalla loro lavorazione manuale; diversa persino dalle altre tre Masse, che bene o male sono ancora vitali e non hanno perso la speranza di risorgere. Di notte a Massa San Nicola non si ricava più lo “spirito” dagli agrumi (se l’operazione si faceva di giorno buona parte del prodotto evaporava).

«Il silenzio è irreale e, per chi come me era abituato al trambusto della città, prendere sonno i primi tempi era un problema». Sono le parole di Cristina, 25 anni, studentessa di Veterinaria. Da qualche anno abita nel villaggio, una scelta di vita neppure tanto sofferta. «La mia è una famiglia numerosa – dice – e qui ho riacquistato la tranquillità e quegli spazi che mi mancavano a casa». E lo spazio a San Nicola non manca: dove abitavano 427 persone oggi ne sono rimaste solo sei, a testimoniare il triste primato di villaggio meno popolato della provincia, e vivono tutto l’anno lungo il torrente dei Corsari come se fossero le sentinelle del borgo. Nel 1995 Lucio D’Amico, inviato dalla Gazzetta del Sud per un servizio sul villaggio, trovò solo nove abitanti, diffidenti al punto da non voler fornire le proprie generalità.

Non avevano ancora l’acqua nelle case e qualche problema di approvvigionamento idrico si registrava pure nelle fontanelle distribuite per le stradine in pendìo. «Per alcuni mesi abbiamo dovuto mettere le bacinelle sotto i canali dei tetti delle case per raccogliere l’acqua. Poi si sono interessati e il problema è stato risolto», dice la signora Nina Costa, una donna particolarmente combattiva che ha conquistato sul campo i galloni di “sindaco” del borgo. Dopo il servizio di D’Amico l’acquedotto comunale si è ricordato di questa gente, ma un mascherone antico posto nella fontana più bella del paese ha preso il volo, nonostante i tentativi di trafugarlo fatti in precedenza e che lo stesso D’Amico segnalava nel suo servizio.

La stessa chiesa di San Nicolo , costruita a pochi metri da un altro edifico di culto settecentesco, i cui ruderi sono stati fagocitati dalla vegetazione, è di continuo preda di saccheggiatori. Gli abitanti prima hanno sistemato alle finestre alcune grate, piazzando agli ingressi principali catene e lucchetti.
Ora hanno cominciato a murare tutte le aperture, viste le continue visite dei ladri (all’interno della chiesa esistono opere scultoree restaurate di recente) e chissà come finirà.

La stessa diffidenza della gente registrata tre anni fa l’abbiamo incontrata anche noi, nonostante avessimo un accompagnatore che ci aveva in qualche modo preannunciato: «Sa, noi viviamo da sole in questo villaggio ed è comprensibile anche la nostra preoccupazione. Quando arrivano i forestieri», dice Maria Fornaro aprendoci la porta della sua casa. Una casetta che si trova nel cuore del villaggio, in un vicoletto situato tra le vecchie abitazioni semi diroccate, di cui ormai da tempo nessuno si cura più. Dall’ingresso si arriva in quello che può definirsi un grande soggiorno al piano terra; di sopra c’è l’anziana madre, donna Santa, la più anziana del villaggio con i suoi 85 anni.

Questa abitazione è anche il punto a ritrovo degli abitanti del borgo: c’è donna Francesca (forse ha più di 80 anni, ma ne dichiara 51), che è ancora arzilla, la stessa signora Costa, la studentessa Cristina, passata mentre c’eravamo noi solo per un saluto (quest’inverno lo trascorrerà a malincuore a Messina, ha lezioni di primo mattino all’Università).

Gli unici uomini sono al lavoro nelle campagne. Nel soggiorno c’è anche un vecchio apparecchio televisivo in bianco e nero che riesce a captare solo l’audio delle trasmissioni (Massa San Nicola è in zona d’ombra), le immagini invece, anche cambiando canale, sono sempre le stesse: sfumature di grigio e striscie diagonali nere.

Maria Fornaro spesso si gira verso la tv, ma è come se guardasse nel vuoto: «Qui una volta la gente non aveva tempo per lo svago e se gira l’angolo là fuori c’è ancora la pietra attorno alla quale le donne selezionavano i limoni; oppure erano intente ad accendere i forni per fare il pane per le famiglie, composte da otto, nove persone». O lavavano nel torrente i propri panni e quelli per conto terzi: qualcuno ricorda ancora capannelli di donne lungo il fiume a lavare la lana dei materassi.

Ancora oggi su una pietra lungo una stradina del villaggio, ci sono tracce di sapone e odore di bucato sbattuto sulla roccia. Massa San Nicola probabilmente è il nostro passato, i racconti dei nonni, la storia locale; e nella storia ci sono queste persone che si ostinano ancora a vivere qui, nonostante tutto: nell’ottobre del ’96 questo villaggio ha rischiato di rimanere sommerso sotto una coltre di fango, a causa del cedimento della parte alta costeggiata dalla strada provinciale. Ancora oggi, nonostante i lavori di ripristino dei luoghi e la faticosa opera di eliminazione della fanghiglia, ci sono nuovi problemi causati dalla rampa di accesso al paese troppo ripida.

Quando piove l’acqua scende a gran velocità verso le abitazioni e c’è il rischio, se si intasasse qualche tombino, di nuovi disastrosi allagamenti. «Lo scriva questo, lo scriva, perché a noi dicono dal Comune che soldi non ce ne sono».

«Ci devono aggiustare anche la strada – dice donna Francesca – perché noi siamo anziane e rischiarne di farci male quando usciamo di casa».

L’eutanasia demografica ha cause simili ad altri abitati limitrofi, come appunto le altre Masse o a Castanea delle Furie; con una piccola differenza però: qui i quattrocento e passa abitanti non hanno preso il mare per raggiungere l’Australia, almeno in un primo momento, ma gli Stati Uniti. Se il risultato in fondo non cambia, è singolare il modo in cui sono partiti. All’inizio, negli anni Trenta, hanno seguito un compaesano, il primo che se ne era andato e che, velocemente, aveva fatto fortuna negli Usa, dove era “rispettato” da tutti e non si era dimenticato di parenti, amici e compaesani. Il risultato fu che già nel 1936 più di cento persone avevano lasciato Massa San Nicola; poi la seconda guerra mondiale completò l’opera di spopolamento: gli uomini lasciavano gli attrezzi agricoli per imbracciare le armi, le donne facevano quel che potevano negli agrumeti, ma l’arte di potare, di innestare, di coltivare era sempre stata un’esclusiva maschile. Lungo il torrente, sotto al borgo, esistono ancora i ruderi dei mulini ad acqua noti perché venivano attivati in piena notte per produrre la farina di contrabbando. Eravamo in periodo fascista.

L’ultimo spunto della visita a Massa San Nicola è un appello che fanno le anziane signore del villaggio: «Da noi ormai la messa si celebra solo di rado e il parroco è anziano e ha tanto lavoro nelle chiese degli altri villaggi. Noi abbiamo un sogno: ci piacerebbe che il nostro vescovo, monsignor Marra, ci venisse a trovare. Per noi sarebbe un regalo davvero grande».

1 settembre 1998 – Francesco Venuto