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LA CASA GIREVOLE – Cento anni di vita a Buccelli Soprana

Avviso in premessa: tutto ciò che è pubblicato è frutto della sola immaginazione dell’autore (© Francesco Venuto 2018) e ogni riferimento a cose e/o a persone è puramente casuale. Quindi senza offesa per nessuno. Nessuno si aspetti un racconto di senso compiuto. E’ solo un pretesto per esercitare le dita sulla tastiera (per combattere l’artrosi galoppante) e, principalmente, è gratis. Commenti, insulti, suggerimenti  etc. sono comunque graditi. La storia viene aggiornata di tanto in tanto (quando ho tempo di trasferirla dalla testa alla carta). Quindi tornate pure a controllare per le novità.

 

Buccelli Soprana,un luogo magico nel cuore della Sicilia

Peccato che esista solo nella mente di don Firricieddu, l’ultimo “scarparo-filosofo” prima dell’avvento di Bata e Amazon

 Un giorno qualunque del 1971, all'alba.

 

Due Carabinieri salgono faticosamente i settantotto scalini di pietra calcarea squadrata che separano la strada carrabile, dove hanno lasciato il loro pulmino 850 blu con il tetto bianco, e la casa di Natalino Bernava.

Il più anziano dei due militari, che ha i gradi di maresciallo comandante, pur a corto d’aria per la fatica, non rinuncia a dissertare, come se parlasse da solo, sui motivi che l’hanno indotto ad arruolarsi invece di andare a lavorare all’Ufficio del Catasto. Senza però potersi fornire una risposta a cui aggrapparsi anche solo per consolazione “Buttana da miseria latra”.

Arrivati al civico 37 di via Valguarnera Caropepe di Buccelli Soprana, il maresciallo Carmelo Gravina aspetta con il braccio sinistro appoggiato sullo stipite e il berretto d’ordinanza in mano che il portone si apra, dopo aver bussato più volte. Del resto sono le cinque del mattino. I due militari cercano Natalino Bernava che, qualche minuto dopo, apre la porta convinto che si trattasse di un suo compaesano. Di solito, verso le cinque e trenta, insieme all’amico Giovanni Badessa, partono per raggiungere i rispettivi posti di lavoro situati in alcuni insediamenti industriali distanti una ventina di chilometri dal paese.

Bernava con sicurezza tira il portone a sé e dice con voce sostenuta:

  • – Giuvà chi fu? To mugghieri ti cacciau di casa prima sta-ma-tina? Ah, mi scusi Maresciallo, buongiorno, chi succidiu?
  • Buongiorno Bernava qualcosa è successo, secondo lei mi facevo settanta e coccia scalini per niente?
  • Ca ciettu, accomodatevi, accomodatevi. Vi faccio il caffè Marescià?
  • – E cettu, ci manca pure il caffè. Grazie lo stesso. Senta Bernava andiamo al dunque: lei è uno dei figli di Concettina Rasà detta la la-buriusa, giusto?
  • Giusto, si è me matri. Cosa ha combinato ora? Io che c’entro?
  • – Ma come che c’entra, c’entra in ogni caso, lei è suo figlio e questa donna ha ottantuno anni. Bernava di cosa stiamo parlando?
  • Ma signor Maresciallo, io… io
  • – Si u sacciu, Bernava, lei ha litigato con questa donna tanti anni fa e, a maggior ragione, io sono qui proprio per comunicarle che sua madre è scomparsa.

Natalino Bernava alla parola scomparsa non riesce a trattenere un mezzo sorriso che soffoca appena in tempo proprio mentre il maresciallo Gravina abbassa lo sguardo per aggiustarsi il cinturone. La cosa comunque non sfugge all’appuntato Sirna, che era di origini calabresi e non disdegnava mordere qualche  punta di peperoncino appena strappato dalla piantina sulla finestra di casa. Un metodo del suo paese che funziona anche per tenersi svegli di prima mattina.

Natalino Bernava, comunque, non aveva ancora inteso cose volesse comunicargli il Carabiniere.

  • – Maresciallo, scomparsa scomparsa? O solo scomparsa?
  • – Bernava, ma le sembro in visita di cortesia? Scomparsa! Non si hanno più sue notizie da diversi mesi e a sporgere la denuncia da noi è stata una sua nipote, figlia di un fratello, la signora non è  manco una nipote diretta. Mi capisce? Ma voi non siete tre figli? Possibile che nessuno di voi si sia mai preoccupato di questa assenza?
  • – Aaaah, ora ho capito Marescià. Mio fratello Diego è a Merica. Se ne è sempre strafottuto di tutti noi e non dà sue notizie da molti anni; io non pozzu parrari perché con mia madre non ci ho a che fare da minimo dodici anni. Mia sorella, mischina, avi u so cuffari chi so figghi e cu maritu e cu so matri non hanno mai suonato. Che le posso dire. E’ accussì che vanno queste cose nta nostra mpigna.
  • –  Quindi lei non mi sa dire niente, vero? Non sa dove può essere sua madre?
  • Maresciallo, io nunnu u sacciu dove può essere mia madre, non so cosa risponderle.
  • – Bonu va…, va bene Bernava si tenga comunque a disposizione; uhm, anzi si aspetti una convocazione in caserma e cerchi essere puntuale. Mi stia bene.

Uscito di casa, riscendendo i gradini il Maresciallo Gravina si fermò di colpo nel bel mezzo della scalinata e alzò la testa verso l’alto, pensieroso più che mai. Qui pronuncio le ultime parole della giornata, chiudendosi successivamente in un improvviso mutismo che fece preoccupare tutti anche in caserma. “Miiinchia, ora chi ci pensu: avevo sedici anni, mio padre in Belgio seppellito per bisogno nelle miniere di carbone e mia madre sempre lì che mi impediva pure di respirare. Porco demonio, ecco perché mi sono arruolato, “Buttana della miseria latra buttana…”.

Natalino Bernava, l'uomo qualunque che si faceva venire delle strane idee

Natalino Bernava era un brav’uomo. Con tutti i pregi e difetti di un comune essere umano: gran lavoratore, discreto padre di famiglia e tutte quelle cose che si leggono, con il morto ormai sigillato nella cassa, nei manifesti funebri.  Carusu non era più, ora che i sessanta bussavano alla porta. Santo manco a discuterne. Natalino un po’ di nemici se li era  fatti nel corso della sua vita. Nella sua Buccelli Soprana si curtigghiava su di una dilicata quistione della quale si riferirà in seguito, ma nella sostanza a quest’uomo veniva contestata una certa propensione al litigio. “E che è? Ci possiamo volere tutti bene?”, diceva Natalino a tal proposito, buttandola sullo scherzo. Eppure l’unico litigio certificato come realmente avvenuto lo ebbe solo con sua madre, della quale non volle sentire mai più mancu u ciauru. In Sicilia la madre è sacra, come la Madonna. Ai figli è consentito solo di lodarla, anche se dovesse sbagliare. Anche se fosse storta, ma stuorta come una bastone di finocchio selvatico essiccato al sole d’agosto. E qui anche l’autore, per non interferire con il comune sentire, preferisce non andare oltre

Concettina Rasà, prima di tutto i picciuli
(che si tenne ben stretti fino all'ultimo)

La madre di Natalino, Concettina Rasà, era muntuata come la La-buriusa, e non era esattamente una Madonna. Non era nemmeno gentile nei tratti e i suoi polsi e le sue caviglie, sin da giovane, le donavano il fascino di un soldato d’artiglieria. Era soprannominata la la-buriusa per un paio di motivi. In primis perché era stata una grande lavoratrice, i cosi si hannu a diri giusti. In secondo luogo perché, pur essendo ignorante, i suoi studi si fermarono alla terza elementare, si dava tante arie e voleva primeggiare a tutti i costi. Quando era il momento di assumere una decisione o anche solo per esprimere una semplice opinione. Tutto ciò non le impedì di accumulare una mezza fortuna, più che altro acquistando immobili, grazie al suo negozio di fiori e chincaglierie.

Il denaro in parte era depositato in banca, mentre il resto lo aveva nascosto, sfruttando persino il retro della cassetta del cesso,  nella casa in cui viveva. Nonostante possedesse anche un’intera palazzina, dopo la morte del marito aveva scelto di abitare nel misero alloggio ricavato nel retro della sua bottega, che ormai aveva cessato l’attività.  La sua vita da pensionata si caratterizzò per una ostinata attività volta a proteggere il suo patrimonio dai tre figli, due maschi e una femmina. E dal marito Sarino Bernava detto Pitrinu che, dopo i primi anni di matrimonio e la nascita dei tre figli, si divise sempre di più tra il suo lavoro di scalpellino di pietre locali  (di qui il soprannome di Pitrinu) e il bar della Chiazza, dove la sera si distingueva per le sigarette che fumava senza soluzione di continuità e per le frequenti alzate di gomito con l’immancabile bottiglia di menza birra marcata Patruni e Sutta.

Concettina non era donna di sentimenti e di affettuosità. Negli ultimi anni, anche perché la vecchiaia non prometteva niente di buono sul fronte della salute ebbe, a modo suo,  qualche slancio di umanità nei confronti dell’unica figlia femmina, mentre anche l’altro figlio, Diego, si era trasferito da tempo a Boston dove, dopo un breve apprendistato, avviò una barberia in un quartiere popolato da italo-americani. Con l’aiuto di un’associazione di mutuo soccorso di emigrati italiani, si disse all’epoca.

Johnny Goodyear e Diego Bernava,
il boss e il suo successore nel nome di Buccelli Soprana

Le solite malelingue invece raccontavano un’altra storia. Secondo il chiacchiericcio di paese Diego aveva conosciuto a Boston un tale che si chiamava Johnny Goodyear, che altri non era che Giovanni Bonanno, detto Ottopatri, figlio di una storica prostituta di Buccelli Soprana che si chiamava Maria Bonanno. Maria ebbe questo figlio che era già avanti con l’età e -si diceva a quel tempo- che le erano rimasti solo otto affezionati clienti. Riuscì a far credere a ognuno di loro di essere il padre del figlio Giovanni. Un espediente che, grazie ai consistenti “aiutini” degli otto presunti genitori, le permise di vivere agiatamente il resto della sua esistenza facendo della castità la sua principale virtù. Giovanni Bonanno, il figlio, invece, negli anni si era distinto per essere una “carne di lera”, un malavitoso di prim’ordine: aveva condanne per omicidio preterintenzionale, estorsione aggravata, rapina a mano armata e furto di bestiame, tutti fatti avvenuti nell’entroterra siciliano.  Bonanno, dopo una lunga latitanza grazie alla complicità di un capobastone locale, nei primi del Novecento riuscì a raggiungere Napoli per imbarcasi sul piroscafo Europa, che collegava l’Italia con gli Stati Uniti. Riuscì a superare indenne anche il periodo di quarantena a Ellis Island, dove presto fu preso in carico da uno falso parente inviato da un aggancio americano. Fu Bonanno-Goodyear a inserire Diego Bernava nel mondo del bisinissi americano, preoccupandosi, quando si potette fidare del tutto, anche di prestargli i verdoni necessari per coronare il sogno di un Barber shop tutto suo. Dollari che Bernava avrebbe restituito in comode rate ad interessi agevolati e in cambio di qualche incarico di fiducia, semmai ce ne fosse stata la necessità.

Ecco chi finanziava la grandiosa festa patronale di San Calogero di Bucceddi,
u santu chi fa i miraculi pi povireddi

Anche se non ci sono notizie di prima mano, Diego Bernava nel corso degli anni sembra aver scalato i vertici dell’organizzazione in cui era inserito. Alcune cose si capiscono, anche se non si possono dimostrare. Ad esempio, Giovanni Bonanno, in occasione della festa patronale di Buccelli Soprana, per oltre quaranta anni si preoccupò di far arrivare al parroco della Chiesa di San Calogero, santo di cui era assai devoto, una manciata di dollari per organizzare le più belle luminarie di tutta la Sicilia e uno spettacolo di giochi pirotecnici con botti talmente forti che avrebbero dovuto sentirsi pure negli States. Così fu sino alla sua morte. A Buccelli Soprana ancora oggi si allestiscono le più belle luminarie di Sicilia e, a mezzanotte, lo spettacolo pirotecnico è davvero incantevole, anche se le esplosioni fanno meno rumore di un tempo. Del resto San Calogero era amato da tutti, altro che Santo Ambrogio patrono della vicina Buccheri, ignorato persino dai suoi parrocchiani che non lo hanno mai festeggiato preferendogli Santo Antonio. Il conto della festa di San Calogero di Buccelli resta molto salato  e, da diversi anni, ormai lo paga Diego Bernava.

Natalino Bernava aveva un sogno che solo il fratello americano avrebbe potuto realizzare

Sulle fortune americane accumulate dal fratello Diego, chiamato Zorro per via del nome (il vero nome di Zorro era Diego de la Vega), si rese conto anche Natalino Bernava. L’operaio, anche se sconsigliato dalla sua coscienza, un giorno prese carta e penna e scrisse al fratello per offrirgli un’opportunità d’investimento che, a suo dire, avrebbe riempito di bigliettoni le tasche di tutti, dei due fratelli e persino dei suoi paesani. Natalino Bernava, oltre ad essere un bravo operaio nel settore della lavorazione dei metalli, era anche un ottimo fabbro. Aveva imparato a forgiare il ferro, sin da piccolo, nella bottega di Mastru Bavazza, al secolo Calogero Ferlito, per il quale sin da bambino manovrava il mantice utilizzato per tenere alta la temperatura dei carboni ardenti. Finito il lavoro in fabbrica, Bernava, non appena rientrato in casa, sempre con la sua tuta blu che era una sorta di divisa, si recava in bicicletta in un terreno di sua proprietà dove, in una vecchia stalla semi diroccata, custodiva una forgia e tutti gli attrezzi del fabbro, molti dei quali donati da Mastru Bavazza quando abbandonò definitivamente il lavoro per raggiunti limiti mentali, visto che aveva 93 anni e anche l’arteriosclerosi galoppante. Si trattò di segno di gratitudine verso Natalino; ma anche di una sorta di buonuscita. Nella stalla-officina, Bernava faceva dei lavoretti per i suoi paesani. Ricostruiva pezzi di inferriate e balconate con tale maestria che anche gli architetti della Soprintendenza alle belle arti, ispezionando un cantiere di restauro nel centro storico del paese, stentavano a individuare quali erano gli elementi vecchi e quali quelli i nuovi realizzati con forgia martello e incudine da Bernava. Un artigiano che tutti, sintetizzando come fa ogni buon siciliano, definivano cu micciu. Fu sul finire degli anni Sessanta, che Natalino ebbe una sorta di colpo di genio. La ditta per cui lavorava prese in appalto i lavori di smantellamento di una vecchia fabbrica di Calce idrata. Bernava con la fiamma ossidrica avrebbe dovuto tagliare in pezzi trasportabili da destinare alla discarica un grande mulino ruotante, realizzato su enormi cuscinetti a sfera. In quel frangente una sorta di vocina gli suggerì di sfruttare quei cuscinetti per dare corpo ad una sua antica visione giovanile. Cioè quella di realizzare una casa calda d’inverno e fresca d’estate, il cui funzionamento avrebbe dovuto essere a costo zero e, principalmente, senza doversi fare carico di spaccare una montagnola di legna da ardere, un impegno che gli costava quasi due settimane di duro lavoro all’anno.

Trasportati i cuscinetti nella sua proprietà e dopo aver  buttato giù la vecchia stalla e gettato le fondamenta per tirare su la nuova casa, presero forma i disegni e i calcoli che erano tutti nella testa di Natalino Bernava e che, fino a quel momento, nessuno era stato in grado né di decifrare né di comprendere seppure in maniera sommaria, prefigurando uno scenario di piccoli disturbi mentali, sfantasiate,  di cui sarebbe stato affetto, a loro dire,  lo stesso operaio. Invece, giorno dopo giorno, quel minuscolo fazzoletto di altopiano siculo vide nascere sopra di esso una sorta di grande palafitta dalla struttura esagonale, quasi fosse la cupola di una chiesa bizantina, però realizzata in acciaio e pannelli di legno e con la base poggiata su di un enorme anello di acciaio sormontato da un’imponente ruota d’ingranaggio. Un’idea strabiliante quanto futuristica per l’epoca.

Una casa concepita in tempi non sospetti, ma attuale ancora oggi

Funzionava così: grazie ad un motore elettrico, collegato a quella che era una vera e propria cremagliera, la casa lentamente girava nei due sensi, a seconda di come si posizionava un grosso interruttore posto all’ingresso dell’edificio. La rotazione era ordinata in funzione della posizione del sole e a favore della stanza che andava così riscaldata in maniera naturale, anche in pieno d’inverno. In estate si procedeva con il metodo inverso per mettere in ombra la stanza che si desiderava abitare nelle varie ore del giorno.

Bernava era andato oltre il comune sentire per l’epoca in cui concepì il progetto,  che era in linea invece con le odierne problematiche relative all’energia da fonti rinnovabili e al rispetto per l’ambiente.  Le prove empiriche a cui fu sottoposto il prototipo di casa a risparmio energetico, condotte da  Natalino e da un suo amico geometra, sembravano promettere bene, tanto che anche i giornali nazionali, come Cronaca Vera, Stop, Il Tempo e Gente, inviarono i propri giornalisti per saperne di più. I servizi erano a metà tra il serio e il faceto. Ma pur sempre si trattava di pubblicità gratuita al punto che il gazzettino radiofonico della Rai si occupò di questa storia e da via Teulada preannunciarono la visita  di una troupe televisiva per realizzare un servizio sulla casa girevole. Poi il terremoto del Belice assorbì completamente le attenzioni dei media e l’idea di Bernava ritornò ad essere una notizia ad uso e consumo dei suoi compaesani.

Non resta che ricorrere a Zorro

Natalino, per realizzare il suo sogno, investì tutti i risparmi di una vita. Per quanto avesse realizzato una casa  utile per la sua famiglia, la stessa era incompleta nelle opere di isolamento e necessitava comunque di sostanziali nuovi investimenti, anche  solo per poterla ripresentare al pubblico quando se ne sarebbe riproposta l’occasione. Bernava comprese pure che la sua idea andava protetta, perché facilmente copiabile,  ma per brevettare almeno gli elementi di base erano necessari un progetto,  con tanto di relazione, sofisticati calcoli ingegneristici non proprio alla portata del suo amico geometra e altri adempimenti che  l’artigiano non poteva svolgere né sostenere economicamente.

Per questo motivo si rivolse a Zorro, il suo fratellone-salvatore americano. Purtroppo la lettera messa nella classica busta ultraleggera bordata rossa e blu e con la scritta via aerea, tornò mesi dopo con la dicitura “Restituita al mittente”.  Natalino non ha mai saputo se il fratello si rifiutò di leggerla a causa di qualche vecchio risentimento mai sopito, oppure perché avesse cambiato indirizzo senza dare alcuna comunicazione. La cosa finì lì, tra l’amarezza e i dubbi di Natalino. Restava l’opzione di rivolgersi a sua madre. Mamma Concettina aveva molti difetti, ma era piena di soldi. E i soldi sanano i difetti.

Una mamma realizza sempre i sogni dei propri figli.
Ma non in questo caso

Quando il figlio, seppure con qualche remora, decise di proporle questa sorta di investimento di cui era assolutamente sicuro, presentandolo con entusiasmo  quasi adolescenziale, articoli di giornali alla mano, la risposta di mamma Concettina fu devastante: una grande, sonora risata, con annesso  piegamento del busto in avanti quasi a voler affondare fino in fondo il coltello dentro la carne viva. Insomma, si scuncassau di risate. Natalino il figlio, l’uomo, l’inventore, il genio, il folle e l’artista furono annientai con una grossa, grassa risata. I rapporti tra madre e figlio si interruppero definitivamente in questa dolorosa occasione.

La notizia bomba

Della casa girevole, per molti anni, non si parlò più in paese. Lo stesso Natalino aveva perso ogni interesse e la lasciò arrugginire, utilizzando solo gli spazi sottostanti, costruendo un riparo di fortuna, per poter svolgere il suo secondo lavoro di fabbro. Sette anni più tardi, però, accadde una cosa non prevedibile. In paese apparve una pagina strappata del quotidiano l’Unità in cui, ben evidenziato, figurava un titolone che recitava: “Buccelli Soprana, la casa girevole conquista l’America. Un magnate ne compra il brevetto e riempie d’oro l’inventore siciliano Natalino Bernava”. Il foglio fece il giro di tutti i bar e i circoli ricreativi del paese e le notizie sull’improvvisa fortuna di Natalino Bernava passarono di bocca in bocca arricchendosi di nuovi inediti particolari, mentre la stessa presunta cifra incassata dall’inventore si gonfiò a dismisura nel giro di poche settimane. Anche il prete, durante l’omelia della domenica, spese qualche parola, invitando Bernava a cedere un po’ del suo pur sempre vile denaro per il restauro della Chiesa di San Calogero e dell’antico organo ormai rosicchiato dai tarli. Tutti lessero il titolo, ma nessuno si prese la briga di leggere l’articolo di giornale, dal quale si evinceva chiaramente che la storia fosse inverosimile. Si trattava, infatti, solo di una burla che qualcuno aveva architettato con grande sapienza.

L'inventore era all'oscuro di tutto

Paradossalmente l’ultimo a sapere dello scherzo fu proprio Bernava, che in quei giorni era impegnato lontano dal paese per motivi di lavoro, ma anche per una certa riservatezza che lo teneva lontano dalla cosiddetta vita sociale. Confermando così, ma involontariamente, quanto si favoleggiava in paese: “Ca ciettu era a Merica per firmare u contrattu”. Scoprì di essere diventato miliardario quando alcuni compaesani cominciarono a fare la fila dietro la sua porta chiedendogli soldi in prestito, anche gente mai vista prima arrivata da fuori paese. Talvolta persone poco raccomandabili e con fare minaccioso. “Semu cunzuamaaati”, disse alla moglie e cerco di capire cosa stesse accadendo.

Non si vedeva nella Chiazza da tantissimi anni. Quando arrivò, visto da lontano, anche per la sua statura imponente e la camminata dondolante, incuteva una certa paura. Era talmente incazzato da provocare un fuggi fuggi tra i malacuscienza, gli avventori abituali perditempo dei tavolini del bar più importante del paese. Bernava, come un attore che si posiziona con sicurezza in un preciso punto del palcoscenico, si fermò esattamente nel centro del basolato lavico che caratterizza la piazza, diede le spalle alla facciata barocca della Chiesa di San Calogero e urlò come un disperato:  “Ma chi minchia di cristiani siti nta tu paisi, ma vi rinniti cuntu chi mi facistuvu perdiri a paci da me famigghia. Vi sparu a tutti si na finiti di rumpirmi i cugghiuni”. E se andò con la stessa carica di tensione con cui era entrato in scena. L’uscita di Bernava fu omaggiata da tutti con almeno un minuto di silenzio assoluto, qualcosa di surreale che non si era mai visto in quel preciso luogo nemmeno al funerale di Don Paolino Marrazzo, che fu lo storico Padrino di Buccelli Soprana sino al 1965..

La caccia all'autore della burla.
Primo indiziato l'ex tipografo del paese

Quando Bernava varcò il confine più remoto della piazza e imboccò la strada del ritorno a casa, tutti tornarono ai loro “stalli”, come i marinai al posto di combattimento assegnato loro in caso di scontro in mare con una nave nemica. Adesso c’era una nuova battaglia da pianificare per uccidere la monotonia del paese, e quale migliore nave è una bar con i tavolini all’aperto di ferro e fòrmica gialla bordata d’alluminio? L’obiettivo era la caccia al grande, meraviglioso falsario che aveva architettato una burla che, qualche anno dopo, seppure in salsa locale e con molti distinguo, fu paragonata al falso ritrovamento delle teste di Modigliani, un celebre scherzo architettato a Livorno. Non erano rimasti in molti in paese e questa era una buona notizia. Tutti sapevano tutto di tutti, e questa era una certezza. Bastava quindi raccogliere una decina di nomi, eliminare quelli meno probabili e puntare dritti sui fortunati. Meno di un’ora di consultazioni fu sufficiente per individuare i possibili falsari. Si trattava di Nino Immesi, conosciuto da tutti con il nomignolo di  Flano e Raimondo Vitante Mezzasalma. Il primo era l’ultimo esponente di una famiglia di tipografi che aveva cessato l’attività dieci anni prima, mentre l’altro era il rampollo di una famiglia che si poteva fregiare ancora del titolo nobiliare di Duca. Alla morte di suo padre, Nino Immesi si ritrovò sulle spalle tutte le responsabilità di conduzione dell’attività di famiglia, ma senza averne mai avuto pienamente contezza. Pur essendo egli stesso un eccellente tipografo, uno che dava del tu alla Linotype e conosceva tutti i trucchi del mestiere, non si era mai occupato di contabilità e amministrazione, anche perché l’anziano genitore, per diffidenza, si guardò bene  sino alla fine di renderlo partecipe. Peraltro l’azienda di famiglia non era così florida come sembrava e più che ricavi produceva perdite, aveva una significativa esposizione bancaria e crediti impossibili da recuperare. Flano non ebbe nemmeno la possibilità di pensarci sopra per un solo istante, prima di decidere, così abbassò la saracinesca e da allora la vecchia tipografia è il museo di se stessa. Chi c’è entrato di recente, per pura curiosità, parla di un ambiente rimasto fermo, quasi mummificato, in cui si respira ancora l’odore della colla a caldo di pesce utilizzata per le rilegature dei libri e l’odore acre dell’inchiostro. Immesi, che non si era mai sposato, si guardò bene dal cercarsi un lavoro, anche perché uno con la sua esperienza rischiava davvero di trovarlo con facilità, ma chissà dove. Così viveva con la pensione e con i soldi che aveva messo da parte, e per fortuna, la sua anziana madre di cui si occupò amorevolmente sino alla morte. Tecnicamente Immesi era il principale indiziato, ma era anche un uomo triste e in molti dubitarono che potesse avere questi sprazzi di geniale evasione. Tra l’altro la vecchia tipografia, rimasta nelle sue disponibilità, non era nemmeno allacciata alla rete elettrica.

Poi c'era il nobile decaduto
con precedenti per falsificazione di documenti

Raimondo Vitante Messasalma, invece, l’altro sotto osservazione, era un giovane assai brillante. Prima di ogni cosa era un uomo che rideva di sé e del suo anacronistico status di nobile mezzo decaduto. Buccelli Soprana per i Vitante Mezzasalma rappresentava solo la residenza estiva a cui erano molto affezionati e la fonte di sempre meno redditizi ricavi provenienti dalla coltivazione della terra affidata a terzi oppure per occasionali entrate provenienti dalle vendite, quando necessario, di qualche appezzamento di terreno o di qualche immobile di famiglia. La Ducea Vitante Mezzasalma è ancora integra nella sua bellezza sulle alture di Buccelli Soprana. Qui tutto parla dell’illustre famiglia: il palazzo nobiliare che sembra un castello, la scuola dedicata alla nonna di Raimondo, i magazzini per il raccolto, le case destinate alla servitù, la chiesa con il suo campanile, la statua di nonno Ottavio, che ebbe un ruolo di primo piano nelle delicate relazione diplomatiche tra Italia e Austria durante la Prima Guerra Mondiale. Il papà di Raimondo, Renato Vitante Mezzasalma,  uomo dalla cultura sconfinata unita a un grande fascino, frutto anche di un’adolescenza trascorsa nei più prestigiosi istituti d’istruzione, ma anche nei migliori salotti europei, dopo la laurea in giurisprudenza cercò in tutte le maniere di ridurre il carico fiscale causato dall’immenso patrimonio di cui era diventato amministratore per conto degli anziani genitori.  Vendette tutto ciò che poteva e il denaro lo utilizzò per foraggiare la sua più grande passione, quella per le donne. Uno spasso che mamma e papà gli tolsero di botto,  revocandogli l’amministrazione dei beni di famiglia nonostante fossero già molto anziani, imponendogli di prendere moglie, quindi di mettere, come si dice in questi casi, la testa a partito. E così Renato fece, convolando a nozze, nel giro di qualche mese, con una ragazza conosciuta tempo prima nella Capitale, tale Flavia Bertuccelli. Non aveva sangue blu ma portava in dote l’immenso patrimonio immobiliare realizzato dal padre, un noto palazzinaro romano, con sangue Nebroideo (di Floresta nel messinese) per via del nonno emigrato per fondare Littoria durante il Ventennio. La madre di Raimondo, diventata in fretta e furia l’ultima duchessa di Buccelli Soprana, era sinceramente innamorata del marito e del carico di storia e di relazioni che si portava dietro. Studiò, per volere del padre,  in uno dei migliori collegi svizzeri e non si  può dire che sfigurasse accanto al nobile marito, più vecchio di lei di una decina d’anni. Effettivamente per qualche tempo tutto funzionò a dovere per la pace e la soddisfazione di tutti. Almeno così andarono le cose sino alla nascita di Raimondo. Poi, dopo la scomparsa dei genitori, finirono i vincoli economici e le promesse caddero in prescrizione. Fu a questo punto che Renato Vitante Mezzasalma tornò a nutrire la sua indole di tombeur de femmes a tempo indeterminato e fece parlare i giornali di tutto il mondo quando si seppe in giro che il duca aveva l’abitudine di suonare le campane della chiesa di famiglia per far dispetto alla moglie. Questi episodi accadevano quando il Duca quando nel letto una nuova conquista. La moglie da tempo lo aveva buttato fuori di casa, che poi era un castello, raccontandoo a destra e a manca che il marito sperperava i suoi soldi con donne che non poteva nemmeno possedere, poiché, a suo dire era impotente. E così lo costrinse a ritirarsi nella sacrestia annessa alla chiesetta di famiglia, a ridosso dal  castello. Il bel Raimondo, dal canto suo, quando il fascino, le rughe, i problemi economici, non lo aiutavano più nelle conquiste di mercato libero, concluse comunque la sua dissoluta esistenza in un lussuoso bordello di Catania, dove cadde sul letto mentre si intratteneva con due giovanissime guerriere, di cui una di colore. Allora in paese sintetizzarono dicendo che Renato Vitante Mezzasalma soffrisse di  diabete e a fotterlo fu il bianco e nero (un dolce tipico siciliano) di cui era particolarmente goloso.

Raimondo, vero sangue nobile, laurea falsa

Raimondo il figlio di Renato, marcato com’era da sua madre, dopo  la maturità classica si trasferì a Pavia per studiare medicina. Qualcuno dice che a Pavia non lo hanno mai visto, mentre trovarono chiare tracce della sua presenza a Londra, a Parigi e persino ad  Atene e Istanbul. Raimondo amava la fotografia, arte che aveva imparato ad amare grazie alla sua amica del cuore, Fiorella Blanca  Diego, discendente anche lei di una nobile famiglia originaria di Sant’Agata di Militello, in provincia di Messina, ma oramai convertita agli usi e costumi delle persone “normali”. Con Fiorella, Raimondo trascorreva interi pomeriggi d’estate nella ricchissima biblioteca del nonno ambasciatore. In quegli scaffali costruiti su misura nella struttura circolare di una delle torri del castello, c’erano libri scritti in tutte le lingue. E non mancavano i volumi che contenevano bellissime fotografie in bianco e nero piuttosto che elaborate illustrazioni realizzate da grandi artisti. Per leggerli tutti non bastata una vita intera. Fu solo amicizia tra i due ragazzi? Nessuno lo sa, ma è certo che Fiorella Blanca Diego era uno spirito libero e mai avrebbe scelto di confinare la sua esistenza in un luogo come Buccelli Soprana, tantomeno all’interno di un rapporto stabile. Dal canto suo Raimondo, per cinque anni,  girò l’Europa in treno o con qualche passaggio di fortuna. I soldi della retta universitaria e per la permanenza a Pavia furono spesi invece per i viaggi e per acquistare i negativi fotografici per le foto, che stampava personalmente nei brevi ritorni a Buccelli, due, tre volte all’anno. A fine ciclo di studi Raimondo, soddisfatto dei suoi intensi anni di studio, aveva però il problema di far ritorno in paese. E di portare a casa la laurea in medicina a mamma Flavia che, ridotta su di una sedia a rotelle e con gravi problemi neurologici, sembrava vivere solo per vedere il figlio diventato medico.

Il ritorno a casa preparato ad Instabul
con la complicità di "mister diecimila lire"

Ad Instanbul Raimondo conobbe un italiano che negli anni Sessanta si era specializzato nella realizzazione di biglietti da diecimila lire falsi. Un artista scrupoloso e bravo che lavorò indisturbato per moltissimi anni. Poi, braccato dalla Polizia,  fu costretto a riparare nella capitale turca, dove aprì un laboratorio internazionale di diplomi di laurea, ovviamente falsi. Raimondo se ne fece realizzare due: uno in medicina e uno in architettura. Fare l’architetto, e di successo,  era la vera ambizione, il sogno di Raimondo, forse anche a causa della sconfinata passione per l’arte. La Duchessa Flavia, invece, per  l’unico figlio immaginò da subito la missione di medico. “Vedi Raimondo -disse una volta al figlio- Noi nobili abbiamo un debito di gratitudine enorme nei confronti della gente comune che ci ha permesso di vivere per secoli agiatamente chiedendoci anche di rappresentarli e prenderci cura delle loro esigenze, se necessario. Un medico, peraltro nobile, che si prende cura della sua gente, specialmente quella più bisognosa, è la cosa più bella che possa esistere”.  Il figlio non comprese del tutto cosa volesse dire la madre, che di nobili origini in realtà non era affatto. Tornato a Buccelli con il pezzo di carta in mano, ancorché falso, iniziò così il suo personale calvario, cercando di sviare la madre che lo pressava affinché iniziasse l’attività professionale. Il ragazzo fu tentato più di una volta di vuotare il sacco, di raccontare tutta la verità a mamma, che nel frattempo, forse elettrizzata per il ritorno a casa del figlio medico, aveva ripreso a camminare autonomamente, seppure con qualche difficoltà e aiutandosi con una stampella, dopo anni di sedia a rotelle dalla quale non riusciva quasi mai a separarsi. Forse anche per questo motivo Raimondo preferì continuare a recitare una parte che ogni giorno sembrò più ardua da sostenere.

La prima opportunità di lavoro per il dottor Vitante Mezzasalma

Raimondo ormai vittima delle sue scelte e in preda allo sconforto, decise di tentare l’impensabile, partecipando al bando per la nomina di una Guardia Medica nel comune di Buccelli Soprana. “Finirà a casino-pensò tra sé e sé-, ma almeno esco da questi guai in cui mi sono cacciato”. Un vero e proprio suicidio “professionale” che avrebbe sicuramente innescato problemi a non finire per tutta la famiglia. Raimondo era fatto così: “vuole il figlio medico a tutti i costi, provvedo subito!”, disse firmando la domanda di partecipazione al concorso. E lo comunicò alla madre, che non stava più nella pelle per la contentezza. Trascorsi alcuni mesi, a casa Vitante Mezzasalma arriva una raccomandata con ricevuta di ritorno, proveniente dall’azienda sanitaria della provincia. “Cca semu…,-  pensò tra sé e sé Raimondo e ora sono cazzi, immaginando che si trattasse dell’esclusione dalla graduatoria della Guardia Medica con tanto di diffida perché aveva presentato un falso diploma di Laurea. Macché, invece si trattava dell’invito a prendere servizio già a partire da cinque giorni a “decorrere dal ricevimento della presente”. Pare che in molti avessero rinunciato a quella sede di montagna perché ritenuta disagiata. Raimondo fu assalito dal panico, pensò di fare le valigie e di fuggire. Per un attimo ipotizzò anche di mettere in atto una soluzione estrema: suicidarsi impiccandosi nella torre dei libri che amava tanto. La corda avvolta attorno al grande lampadario di bronzo, che avrebbe sicuramente retto il peso, avendo cura di non danneggiare i preziosi cristalli decorati al cui interno erano state alloggiate, nel tempo,  le lampadine elettriche in sostituzione delle lampade a petrolio, sino all’arrivo dell’elettricità in paese, e le candele prima ancora, in tempi più remoti. Un flash, ma tutto si concluse nel volgere di alcuni interminabili attimi di sincero sbandamento. Poi nell’assurdità della situazione, un paio di giorni dopo il rampollo di casa Vitante si presentò davvero al lavoro, facendo leva sulle poche ma significative conoscenze di medicina generale che aveva acquisito nel tempo, tanto per dimostrare alla madre che studiava sul serio,  e sulla sua straordinaria capacità di assimilare rapidamente e senza incertezze di alcun tipo qualsiasi informazione leggesse. Per il resto c’era un suo caro amico, uno che lo aveva visto crescere e che era figlio di un campiere che si occupò per decenni delle proprietà di famiglia.

La complicità dell'infermiere figlio del campiere
che curava gli interessi di casa Vitante Mezzasalma

Si chiamava Pasquale Martorana, affettuosamente chiamato “u’ duttureddu” perché era un infermiere, un baby pensionato, che  aveva lavorato per diversi anni nel pronto soccorso e nel reparto di medicina generale di un grande ospedale siciliano. Tornato a Buccelli si prendeva cura dei più anziani del paese a titolo di volontariato. Anche se tutti si disobbligavano con sostanziosi regali e qualcuno, rimasto senza parenti, si spinse a donargli pure la propria abitazione e un appezzamento di terreno in cambio di cure adeguate. Pasquale era l’unico a conoscere la verità inconfessabile di Raimondo Vitante Mezzasalma.  Come il padre faceva del riserbo una sua virtù e non avrebbe mai tradito l’amico. Il primo giorno di lavoro non accadde nulla, il secondo e quelli successivi il “dottor” Vitante Mezzasalma fu capace di gestire al meglio e con successo la soluzione dei casi che gli si presentavano dinanzi. Di solito ordinaria amministrazione per un medico di quel tipo. Spesso Raimondo si recava a casa dei pazienti, cosa che non accadeva con gli altri colleghi, considerata anche l’orografia del territorio, che rendeva molte case raggiungibili con fatica, essendo collegate da scale e non  da strade carrabili. Le quotazioni del dottor Raimondo salirono alle stelle quando nella guardia medica si presentò l’unico paziente di quella nottata. Lamentava dei disturbi particolari, raccontava di un lungo percorso di esami clinici che non avevano prodotto alcun risultato e di un evidente stato di depressione.

Il paziente genovese con un male che nessuno comprendeva

Il paziente si chiamava Mario Culotta, era di Genova ed era arrivato a Buccheri diverso tempo prima al seguito di una grossa azienda di esplorazioni del settore degli idrocarburi. Insomma cercavano a Buccelli il Petrolio, ma non trovarono nulla. Culotta, che era un tecnico ancora molto giovane si innamorò di una ragazza del posto, Alfia Firrisi, e con molte difficoltà riuscì ad ottenere dal padre il consenso e la mano della figlia, ma ad una condizione: che Mario Culotta rimanesse a Buccelli Soprana e non costringesse mai la figlia “a fare quella vita di merda in giro per le campagne sfuguliando tra la  polvere e il fango”, parole del severo padre di Alfia. Culotta riuscì ad ottenere la gestione dell’ultimo rifornimento di benzina rimasto in paese e dell’annesso mini bar, del quale si occupò in seguito la moglie sicula dai grandi occhioni neri e dai fianchi larghi. Tutto è bene ciò che finisce bene sino all’arrivo ai problemi di salute di Mario. Un vero rebus. E se il male fosse Buccelli, penso? Ma Alfia di  Genova non ne voleva sapere nel modo più assoluto. Si fece passare questi pensieri e continuò a pompare benzina, gasolio e miscela  diluita con olio al cinque per cento nei serbatoi di auto moto e trattori cercando di resistere ai disturbi che pure aveva sempre più forti chew combatteva con il paracetamolo e, quando anche questo non fece più effetto,  di prodotti a base di acetilsalicilico,  come il dottor Raimondo chiamava scientificamente la comune  Aspirina. Quella notte nell’ambulatorio della Guardia Medica, davanti a quel medico che aveva studiato nella prestigiosa Pavia, Mario Culotta raccontò tutte le angosce che aveva dentro, mostrò le analisi e i risultati degli esami che aveva eseguito. In sala d’attesa non c’era nessuno ad attendere, i due, medico e paziente, si fecero una moka di caffè, quella da sei tazzine, e insieme ricostruirono, sino alle 4 e 30 del mattino, quella che sembrava un’odissea senza fine. Il dottor Raimondo si ricordò di un caso simile, con gli stessi sintomi, che aveva appreso quando si trovava in Grecia e riguardava il fratello di una vedova che generosamente lo ospitava nel suo piccolo appartamento di Atene, in cambio di qualche premura, specie nelle ore notturne. I sintomi erano proprio quelli e i risultati delle analisi sembravano confermare il tutto. Alle 4 e 35 Raimondo chiama il “duttureddu”

  • -Buongiorno Raimondo, grazie per aver interrotto un sogno bellissimo. Ero sul punto di… Chi minchia Voi Raimò?
  • Dall’altro capo del telefono – Scusi l’orario professore, pensavo fosse di turno in Ospedale, volevo solo chiederle  se ci possiamo incontrare, magari per l’ora di pranzo alla Taverna del lupo solitario.
  • – Ho capito Raimondo, lo sai che non so resistere a una scodella di linguine alla Donnalucatese con la mollica tostata di sopra. Ti perdono per l’ora.
La diagnosi davanti ad una scodella di Linguine alla donnalucatese

Le linguine alla donnalucatese era un piatto a base di pesce fresco che aveva fatto la fortuna di quella sorta di bettola situata a Buccelli Sottana, che non era vicinissima, ma neanche tanto lontana dal mare. Le linguine venivano servite in una scodella che gli stessi clienti, nelle intenzioni, avrebbero dovuto dividersi come i fratuzzi ripartendo nei piatti di ciascuno uguale quantità di pasta e relativo, gustoso condimento. Ma siccome cu sparti avi a megghiu parti”, chi si prende la briga di dividere il pasto vince il condimento che rimane nascosto sul fondo della scodella. E di solito chi divide dopo mangia direttamente dalla scodella, con fare, in questo caso poco da nobil uomo. Ma il gioco era questo e così accadde anche quel giorno. La scodella toccò a Mario e la dignità di Raimondo così fu salva e poterono, tra una forchettata e l’altra,  iniziare a discorrere sul motivo dell’incontro. Confrontarono le loro informazioni. Mario si ricordò di un caso simile accaduto anni fa nell’ospedale di Agrigento e, insieme raggiunsero di comune accordo il verdetto: è una forma lieve, forse iniziale di leucemia. Ciò che accadde in seguito  è quasi scontato tra l’incredulità di Mario Culotta e le conferme che arrivarono ben preso dagli esami clinici veicolati nella giusta direzione. L’importanza di questo episodio, in realtà, fu determinante nelle decisione di un giudice del Tribunale di Catania, chiamato a pronunciarsi proprio per deliberare la condanna nei confronti di Raimondo Vitante Mezzasalma, che comunque fu sgamato e trascinato alla sbarra dai responsabili dei servizi sanitari.

Il falso medico alla sbarra difeso dai suoi veri pazienti

Nei giorni in cui si svolse il dibattimento furono in molti i buccellesi che si presentarono spontaneamente per testimoniare a favore del “dottor” Raimondo, l’unico che si recava a casa per le visite, l’unico sempre disponibile e che scriveva ricette che anche un semi analfabeta avrebbe potuto decodificare prescrivendo medicinali efficaci. Tra i testimoni ci fu Mario Culotta e la sua testimonianza provocò molta emozione e molte riflessioni anche in quella austera e fredda aula di Tribunale. A Raimondo Vitante Mezzasalma furono strappati i falsi gradi di medico. Però lo stesso giudice seppure condannandolo, lo invitò a studiare per conseguire davvero quel pezzo di carta, concendondogli tutte le attenuanti. Per Raimondo fu in realtà il giorno della liberazione.  La madre, invece, considerata la stima e l’affetto della gente nei confronti del proprio figlio, ammise di essere forse le causa dei problemi di Raimondo, avendolo pressato, e in cuor suo provò una specie di sincera ammirazione per il proprio rampollo, che era pur sempre figlio di Renato. Ma di Renato almeno non aveva preso il vizio delle donne. Raimondo, che più volte fu tentato di rispolverare il falso diploma di laurea in architettura per avviare una nuova attività professionale, alla fine riprese davvero gli studi di medicina laureandosi molti anni dopo. Dopo la laurea fu inviato come medico condotto a Filicudi, nelle isole Eolie, dove conobbe una ragazza in procinto di emigrare con la famiglia verso l’Australia. Nel giro di un paio di mesi fu messo con le spalle al muro. Lei, Felicia Bonica,  aveva compiuto da poco sedici anni ed era molto intelligente oltre ad essere una ragazza bellissima. Raimondo la sposò senza pensarci più di tanto e senza comunicarlo a mamma Flavia. Fu un matrimonio felice da cui nacquero tre figlie femmine: Flavia, Fiorella e Magda.

In relazione alla burla, la verità saltò fuori qualche settimana più tardi, quando….   continua… (il tempo di sbobinare il cervello) 🙂

© Francesco Venuto 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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