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Il mio personale ricordo di Francesco (Cicco) Gangemi da Scarcelli di Saponara

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SAPONARA – Una persona dall’animo gentile e con le mani ruvide. La divisa di meccanico (rigorosamente giacchetta e pantaloni, non la tuta da metallurgico) che non abbandonava quasi mai. E tanta voglia di raccontare se stesso e di insegnare agli altri un po’ del suo sapere. Che non era, però, l’arte di lavorare il metallo o di saldare le vecchie marmitte di automobili buone per la rottamazione, come può pensare chi crede di aver apprezzato tutte le sue qualità.
Per tale motivo mi piace regalare questo mio personale ricordo di un artigiano molto conosciuto nel comprensorio di Villafranca Tirrena e dei paesi limitrofi: Francesco (Cicco) Gangemi da Scarcelli di Saponara  (le foto risalgono a quando era giovane, ma riconoscibilissimo; immagini messe cortesemente a disposizione da Orazio Cardullo e Mariella Puglisi).

Dalla sua bottega di Giuntarella ci siamo passati più o meno tutti, tra gli anni Sessanta e i Novanta: per chiedergli una saldatura alla bici rotta, per  una piccola riparazione meccanica o altre cose che avevano a che fare con il metallo.  Lavoro che quasi mai escludeva un’amabile conversazione con un uomo che mostrava una insospettabile proprietà di linguaggio, specialmente quando la conversazione sconfinava in teorie di meccanica o quando da un cassetto tirava fuori uno dei suoi mitici pennini a china, magari  a supporto di qualche racconto di guerra vissuta in prima persona.

A spiegarmi chi era veramente Don Cicco (preferisco non pronunciare il soprannome, che a Saponara per usanza era quasi un obbligo) ci ha pensato molti anni fa il dottor Ignazio La Rosa, un apprezzato veterinario di Villafranca Tirrena. La Rosa durante la Seconda Guerra Mondiale era stato ufficiale dell’esercito italiano. Il sottotenente La Rosa aveva alle sue dipendenza un topografo disegnatore “veramente bravo che svolgeva il suo lavoro con grande professionalità e competenza e spesso determinava il successo delle operazioni”. Quel soldato era  Francesco Gangemi. E qui si spiega anche la passione per il disegno di Don Cicco che, sino a quando ho perso le sue tracce, continuava ad avere un rapporto speciale con matite da disegno e pennini a china.

Un altro aneddoto mi è stato riferito da un testimone e poi confermato con ulteriori dettagli dal diretto interessato, diversi anni prima di morire.

Fine anni Sessanta, sulla strada Nazionale, all’altezza del Banco di Sicilia di Villafranca Tirrena. Un autobus da turismo carico di vecchie signore inglesi si ferma per una sosta forzata. Don Cicco si trova dall’altra parte della strada, senza alcuna esitazione la attraversa, chiedendo all’autista di aprire perché aveva una richiesta da fare. Tutto questo rigorosamente in inglese. Nessuno dei presenti riusciva a comprendere cosa stesse accadendo. Dopo 30 minuti Francesco Gangemi saluta e ringrazia le signore, che dal canto loro sembrano divertite e incuriosite.
Cos’era accaduto? Francesco Gangemi ad un certo punto della sua esperienza militare fu catturato dagli inglesi e trasferito in Gran Bretagna in prigionìa. Per motivi che varrebbe la pena di approfondire, il soldato di Scarcelli visse in quel frangente un’intensa storia d’amore con una ragazza del posto. Da questa relazione nacque un figlio. Della donna e del bambino perse ogni traccia a guerra finita e successivo ritorno a casa.

Io non so se tenne volontariamente per sé il suo segreto, sino ad allora; oppure se avesse parlato di questa vicenda a qualcuno. L’evento straordinario, invece, e che fa di quest’uomo un grande uomo, fu quello di decidere, nel volgere di uno sguardo, di rimettere ordine nella sua vita, tentando una missione impossibile, però alleandosi con un esercito formidabile costituito da anziane signore inglesi in vacanza in Sicilia.

Passarono alcuni mesi e a casa Gangemi arrivò la notizia. Individuata la madre, trovato il figlio. Il suo nome? Francis. La sua professione? Ufficiale della Royal Army, elicotterista. Nulla sembra casuale.

Francis arrivò in Sicilia per conoscere suo padre, qualche tempo dopo, durante il suo viaggio di nozze, se non ricordo male. Due uomini hanno così messo ordine nella loro vita.

“Francis, why do you spend your time looking at the hills? Is there something wrong? – Francis, perché passi il tempo a guardare le colline? C’è qualcosa che non va?”. Questo è uno dei passaggi che mi è rimasto in mente dei racconti di Don Cicco e di questo suo figlio a lui sconosciuto sino ad allora. Figlio straniero che, probabilmente, avvertiva dentro di sé una sorta di richiamo atavico, immagini di un mondo che aveva l’impressione di conoscere pur senza averci mai vissuto. E che gli restituiva uno straordinario senso di pace.

La vita però a volte è crudele e, in questo caso, non è affatto una frase fatta: per un figlio ritrovato, Francesco Gangemi ha dovuto subire il grande dolore della perdita di un altro figlio, ancora giovanissimo, morto durante un bagno nel mare di Giuntarella.

Francesco Venuto