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Rosario Federico, Il medico di Filicudi

FILICUDI – Vivere su una piccola isola può significare tranquillità, beatitudine, distanza dai rumori e dalle preoccupazioni. Ma vuol dire anche isolamento, assenza di scambi, di confronti e – quel che più fa paura – vivere in mezzo al mare significa diventare facile preda di incontrollabili stati ansiosi. Ancora oggi la tensione si fa palpabile quando il mare, o le condizioni meteorologiche, finiscono col decidere il destino di chi ha bisogno di cure mediche.

Succede ancora oggi, come accadeva sessanta anni fa.

Questo stato di cose lo conosce bene Rosario Federico, ex medico condotto di Filicudi, ormai in pensione da parecchi anni. Nel 1960 fu destinato a sostituire un collega messinese, inizialmente per solo alcuni giorni, nell’antico e scomodo ambulatorio del posto. Il caso volle che quei pochi giorni diventassero molti di più: quarantadue anni.

Rosario Federico si era appena laureato: alla prima occasione utile per iniziare a lavorare, si imbarcò sul piroscafo ”Eolo” e, dopo nemmeno un anno, metteva su famiglia nell’isola che lo aveva accolto. Oggi non sa più se definirsi messinese, romettese o più semplicemente: ”filicudaro”.
Cosa significa fare il medico su di un’isola come Filicudi?

«Bisognava essere pronti a tutto. Ogni mio dubbio si sciolse nello stesso momento in cui misi piede sull’isola: mi venne incontro un uomo con un asinello che servì per trasportare, per più di quattro chilometri, le mie valigie. Solo vent’anni dopo le strade vere sostituirono i principali sentieri.

In quel frangente ho di colpo compreso che la terra su cui camminavo mi avrebbe fatto stancare e scoraggiare. Ma non mi diedi per vinto. Anzi proprio nella casa in cui soggiornavo conobbi mia moglie Idria: allora aveva appena diciassette anni; passarono alcuni mesi e la sposai in chiesa.
Il mio compito non era solo quello di salvare vite umane. Per esempio, mi capitava spesso di curare bestie o di analizzarne gli organi dopo la macellazione».

Si ricorda momenti di particolare tensione nello svolgimento della sua professione?

«Per i parti avevo la fortuna di assistere l’ex levatrice dell’isola, Emma Merlino, che lavorava bene e, essendo donna, metteva di sicuro le mamme più a loro agio.
Per le disgrazie facevo il possibile con la piccola chirurgia e medicamenti particolari. Mi ricordo che gli elicotteri arrivavano sempre tardi, atterrando nelle piste di fortuna. Oggi abbiamo a disposizione un elisoccorso più rapido e il medico della mutua può godere della collaborazione dei sanitari della guardia medica. Nei casi difficili ci affidavamo alla volontà di Dio, lasciavamo che decidesse lui della sorte del paziente».

Quali sono le sue origini?

«Sono nato a Rometta Montagna nel 1921. I miei genitori erano contadini, ma fecero di tutto per far studiare me e mio fratello Pietro. Studiammo presso il collegio “San Luigi” di Messina, poi io mi iscrissi in Medicina.
Mi laureai molto tardi, non solo per il rigore dei professori, ma anche perché fui chiamato alle armi. Trascorsi quattro anni in Sardegna nell’ospedale da campo, senza sapere cosa fosse successo a mio fratello, che era stato fatto prigioniero in Germania. Ricordo che mia madre per sapere qualcosa dei suoi unici due figli maschi andava dalle fattucchiere. Si consolava solo perché le carte parlavano del nostro ritorno a casa. Erano altri tempi.
Ho appena compiuto ottantuno anni e mi godo la pace dell’isola. I miei turbamenti durano solo mezz’ora ogni giorno, quando al telegiornale vedo tutte le disgrazie che si abbattono sul mondo».
Gabriella Federico