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Il geografo Eliseo Reclus sbarca a Vulcano nel 1865

LIPARI – “La Sicilia e l’eruzione dell’Etna nel 1865′, di Eliseo Reclus, é il titolo di una relazione di viaggio pubblicata nella seconda metà dell’Ottocento e ristampata nel ‘99 da B&B editori.


La ristampa anastatica è acquistabile nelle edicole al prezzo di liquidazione di 3000 lire. La relazione di Reclus dedica un capitolo alle isole Eolie e alla provincia di Messina.

Reclus, che era un geografo, aveva 35 anni e il racconto del suo viaggio alle Eolie è talmente realistico da assumere i colori del romanzo: “Ordinariamente è da Milazzo che i viaggiatori salpano alla volta di Vulcano e di Lipari, i due più grandi isolotti del Gruppo Eolio.

Io spesi non poco tempo davanti al porto per passare in rassegna non già le barche ma i battellieri; moltissimi, senza dubbio fiori di galantuomini, erano di aspetto poco rassicurante, né ci fu verso che mi lasciassi lusingare dalle loro proposte.

Infine, messi gli occhi sopra un robusto vecchio dai bianchi capelli, la di cui fisionomia dolce e arguta mi andava a sangue, in un attimo fu concluso il contratto. Il vecchio pescatore fece prestare un comodo battello più solido della sua barca mezzo sfasciata, radunò le provvisioni necessarie per la escursione, e in mezz’ora tutto era pronto: Gaetano mi fece conoscere il suo compagno di remo, infelice sordo-muto che mi diede subito segni di benevolenza e mi complimentava con grida inarticolate; presi posto nella barca e si sciolse la corda che ci riteneva nel porto di Milazzo…’.

“La traversata durò circa otto ore, tanto che mi colse il sonno, il sordo-muto prese dalle mie mani il timone , mentre il vecchio marinaio spiegava una vela sulla barca per proteggermi dalla malefica rugiada notturna.

Quando il battello fece sosta vicino alla spiaggia di Vulcano io mi ridestai bruscamente, e balzando in piedi contemplai la scena che avevo dinnanzi tra il velo incerto dei primi albori. Alla vista dell’enorme rovina, che tale apparisce l’intera isola, la mia prima impressione fu di terrore.

Da Tindaro e dal Capo di Calavà già m’ero formato un’idea dei scoscesi dirupi delle pendici meridionali di Vulcano; ma da quella banda l’isola mostra qua e là variopinti lembi di verzura; vigneti, oliveti, e come punti bianchi vi si distinguono perfino tre o quattro casupole abitate da coloni provenienti da Lipari.

La regione orientale dell’isola, ove noi eravamo approdati, non offre invece che il simulacro della distruzione e della morte. Su quelle balze nude nessuna traccia di vegetazione; sembra essere al cospetto di una di quelle contrade dell’emisfero lunare ove il telescopio non mostra che precipizi vulcanici, spaccature del suolo, obelischi di lave. Nere sono quasi tutte le rocce o di un colore bruno vermiglio come il ferro arrugginito; ne vedi di sanguigne, di gialle, di biancastre; ogni colore ha un rappresentante in questa bolgia spaventosa, eccettuatone il verde, ristoro degli occhi. Tutto è un ammasso di lave e di scorie come quando l’isola tumultuosamente fu sollevata dalle profondità misteriose del mare.

A dritta sorge un immenso cono vulcanico rinchiuso in un cratere diroccato; a sinistra, sovra un’altra montagna eruttiva, il Vulcanello; perfino il porto, nel quale si culla la barca, è un antico cratere sottomarino’.
Francesco Venuto