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Il Castello difeso dai ragazzini / Ha mura arabe, strutture del ‘500: restaurato, subito abbandonato (1990)

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diapositiva della pagina del Giornale di Sicilia da cui è tratto questo servizio

VILLAFRANCA TIRRENA (Bauso) – 1 novembre 1990, pagina 26 (Il Reportage) Giornale di Sicilia – Restaurato e abbandonato, il castello di Villafranca Tirrena è tornato ad essere un ricovero per cani randagi, vandali e drogati. Spogliato delle statue, degli arazzi e di tutti quegli oggetti appartenuti alle famiglie Cottone e Pettini, oggi ha perso pure l’aria da vecchio maniero, assumendo un look da casa di campagna.
«Colpa del restauro», commentano i villafranchesi a lavori ultimati. Il «maquillage è giusto» ha replicato l’architett0 Paolini, allora soprintendente ai beni culturali di Catania. Gedo Campo, direttore della sezione beni architettonici della Soprintendenza di Messina preferisce non pronunciarsi sul lavoro degli altri, ma promette che i futuri interventi di restauro tenderanno ad ammorbidire l’impatto con l’immagine del monumento. «Restauri che speriamo – continua l’architetto Campo-  possano essere inseriti nei programmi dell’anno prossimo. Intanto tra qualche mese dovrebbe essere assegnato all’edificio un custode portiere che provveda costantemente al presidio e alla salvaguardia della struttura».

L'architetto Gesualdo Campo, oggi Dirigente Generale dell'Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana
L'architetto Gesualdo Campo, oggi Dirigente Generale dell'Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana

Oggi, visitare il castello di Bauso (si chiamava così Villafranca una volta) non è difficile: basta recarsi all’ingresso principale, superare il cancello che è sempre aperto e avviarsi in un corridoio con l’erba talmente alta da essere attraversata con difficoltà. I Custodi del Castello sono dei ragazzini che si divertono ad ascoltare l’eco delle loro voci negli stanzoni vuoti della costruzione centrale centrale che era la residenza del conte di Bauso.

Le mura di cinta secondo Teresa Pugliatti, docente di storia dell’arte alla facoltà di lettere dell’università di Messina, appartengono al periodo della dominazione araba. La struttura centrale, secondo quanto recita un’iscrizione marmorea posta all’ingresso è della fine del Cinquecento. ·

Nell’interno si accede da una porticina laterale e subito saltano agli occhi alcune scritte fatte con la bomboletta spray sulle pareti. Gli stemmi araldici di casa Cottone sono stati oltraggiati con la vernice marrone, i caminetti, presenti in tutte le sale, sono stati accesi da qualcuno che nel castello ha passato la notte.

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Il Castello di Bauso nel 1990

Il pavimento in alcuni punti è stato asportato, altre mattonelle di ceramica sono abbandonate nei ruderi di una delle stalle. Sono vuote anche le nicchie dove erano custoditi i busti dei componenti della famiglia Pettini: almeno questi dovrebbero essere custoditi dalla Soprintendenza di Messina. Dell’«estate» nessuna traccia.

Giuseppe Celona
Giuseppe Celona

« L’estate era una statua di marmo che rappresentava una ninfa con un accenno di capigliatura sulle spalle, che guardavo con ammirazione da piccolo», dice Giuseppe Celona, preside della scuola media di Ucria e scrittore. Ultimamente ha tradotto in italiano «Pasquale Bruno» un romanzo di Alessandro Dumas padre che racconta le gesta di un brigante vissuto a Villafranca Tirrena (Bauso) tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ott0cento. «In un cunicolo al piano superiore del castello un giorno abbiamo scoperto un’infinità di documenti. Lì c’era la storia di Villafranca, e qualcuno ha fatto un bel falò», dice con rammarico Cel0na. La mobilia e un bellissimo arazzo con sopra ricamati gli stemmi araldici delle famiglie nobili siciliane hanno preso la strada delle case di privati cittadini. Ma questi saccheggi sono iniziati nel dopoguerra. Restano i volti di Dante e Virgilio scolpiti sulle lastre di marmo provvidenzialmente murati sopra le porte: sono difficili da portare via.

Un rimpianto pure per il giardino inventato dal conte Pettini, che secondo la «Guida di Messina e dintorni» del 1902 incantava i vicerè spagnoli che non mancavano di fare tappa a Bauso durante i loro viaggi a Palermo. A distruggerlo ci ha pensato l’aut0strada, che ha posato i suoi ponti sopra i giochi d’acqua e le siepi di stile inglese.

Le torri di guardia all’interno conservano la struttura circolare e in una di esse Pettini realizzò il «Paradis0», il «Purgatori0» e l’«Inferno»: tre ambienti che si distinguevano per la diversa natura e colore delle pietre utilizzate, e un gioco di luci con dei vetri variopinti.

Il castello di Bauso è stato pure la residenza di Carlo Cottone, principe di Castelnuovo, che nei libri di storia siciliana viene dipinto come uno statista illuminato. E stato, tra l’altro, uno dei fautori della costituzione siciliana del 1812. Per fondare l’istituto agrario Castelnuovo di Palermo, e dopo aver dilapidato il suo patrimonio nei viaggi culturali in tutta Europa, nel 1816 vendette per una manciata di onze il feudo di Bauso e il titolo di conte a Domenico Marcello Pettini.

E stato riportato alla luce durante un convegno lo scorso anno l’episodio dell’incendio del castello e la serie di omicidi legati ad esso nei giorni precedenti l’arrivo di Garibaldi in Sicilia. In quel caso si voleva punire il conte Pettini per le sue simpatie verso i Borboni – questa la versione ufficiale-, ma in realtà i bausani colsero l’occasione per fare man bassa dei tesori del castello. Nel processo che seguì furono incriminati e condannati molti cittadini del luogo e alcuni personaggi di tutto rispetto come il notaio di Calvaruso. Nell’abitazione di uno degli imputati fu ritrovato persino l’orologio solare che ritornò al suo posto, sulle mura di cinta, per scomparire di nuovo negli ultimi tempi.

Francesco Venuto