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E’ morto Luigi Bernabò Brea/ Storia di una ricerca che si è interrotta solo ieri (1999)

LIPARI – Ha Vissuto la vita che avrebbe voluto, tra le due cose che amava di più: l’archeologia e il mare. Luigi Bemabò Brea era archeologo per vocazione: nel 1932, a 22 anni, si era laureato in giurisprudenza, forse per accontentare il padre Eduardo, un notaio genovese originario di Sestri Levante. La prima svolta della sua vita maturò nel ’35, quando ottenne la seconda laurea in archeologia all’Università di Roma. Nello stesso anno vinse un concorso per entrare nella Scuola d’Archeologia Italiana di Atene, diretta da Alessandro Della Seta, del quale diventò uno degli allievi preferiti tra il ’35 e il ’37. Negli stessi anni visitò i maggiori centri archeologici della Grecia e della costa anatolica, partecipando agli scavi dell’isola di Lemnos: nel 1936 a Poliochni; nel 1937 al Kabirion di Chloè, sito archeologico che lo stesso Bernabò Brea scoprì nel corso di una ricognizione effettuata l’anno prima. Nel 1938 diventò funzionario dell’amministrazione delle Antichità e delle Arti dello Stato, fu assegnato come ispettore al Museo Nazionale di Taranto, dalla cui direzione ricevette l’incarico della sorveglianza degli scavi e rinvenimenti nell’area urbana della città ionica. Un anno dopo sposò Chiara Chichizola, una giovane di Zoagli, lo stesso paese d’origine di Adelia Canevaro, la mamma di Luigi Bernabò Brea. Sempre nel 1939 fu chiamato a costituire la Soprintendenza alle Antichità della Liguria. Qui iniziò anche un’importante collaborazione con Luigi Cardini dell’Istituto italiano di Paleontologia Umana, con il quale avviò gli scavi nella caverna delle arene candide di Finale Ligure, poi continuati sino al 1951.


Alla fine del 1941 arrivò in Sicilia, isola che non avrebbe abbandonato mai più: assunse la direzione della Soprintendenza alle antichità della Sicilia orientale (Siracusa) in piena guerra e con il compito di completare lo sgombero del Museo di Siracusa. Nel periodo postbellico si dedicò per alcuni anni a risistemare e restaurare i monumenti devastati dai bombardamenti e a riorganizzare il Museo di Siracusa, riaperto parzialmente nel 1947.
Bernabò Brea alcuni anni dopo avviò in Sicilia una modesta ma sistematica attività di ricerca, mirata soprattutto alle aree meno conosciute dal punto di vista archeologico. Le attenzioni dell’archeologo si rivolsero alla provincia di Enna (necropoli preistorica di Calascibetta) e alla zona tirrenica della provincia di Messina (Milazzo, Longane, San Basilio di Novara, Tindari, Alaesa) ma soprattutto alle Isole Eolie. Qui si avvalse della collaborazione della ricercatrice francese Madeleine Cavalier, stabilitasi a Lipari nel ’51, e con la quale condivise una ricerca scientifica sistematica, pro-
trattasi ininterrottamente sino a ieri.
Nelle Eolie si è materializzato il sogno di ogni archeologo: per una serie di circostanze favorevoli, infatti, gli scavi furono particolarmente fortunati. A Lipari fu messo in luce, sul castello e nella piana sottostante, una regolarissima successione stratigrafica che permise la ricostruzione dell’evoluzione culturale attraverso molti millenni, dagli inizi del neolitico medio all’età storica. Una serie stratigrafica che, tuttora, costituisce il paradigma per l’evoluzione culturale delle regioni vicine (Sicilia, Italia meridionale).
Anche le altre isole (Filicudi, Panarea, Salina) offrirono importantissime conferme e complementi al quadro che gli scavi del castello di Lipari permisero di ricostruire. Le fortunate ricerche di Bemabò Brea ebbero un altro importante momento con la scoperta della vasta necropoli della «Lipàra onidia», estesa sulla contrada Diana; l’unica delle grandi necropoli contemporanee della Sicilia, della Màgna Grecia e dell’Etruria ad essere sfuggita al plurisecolare saccheggio che ha devastato le altre. Lo scavo sistematico condotto dal Professore Bernabò Brea ha messo in luce 2600 tombe di età greca e romana, costituendo una fonte inesauribile di informazioni nei campi più diversi e fornendo una massa di reperti talvolta di elevata qualità storico-artistica, oltreché d’interesse archeologico.
Si tratta di più di 1300 pezzi che rappresentano l’attrattiva mondiale di quella che è a tutti gli effetti una creatura di Luigi Bemabò Brea: il Museo archeologico di Lipari. «Era il maestro di tutti noi», ricordava ieri il direttore del museo di Lipari, l’archeologo Umberto Spigo. Bernabò Brea era considerato uno dei sette archeologi più famosi del mondo: nel 1965, per conto dell’Unesco, era stato uno dei consulenti sulla sistemazione museologica della nave di Cheope.
Nella sua lunga carriera ha ricevuto 14 prestigiosi riconoscimenti accademici internazionali, tra i quali una laurea Honoris causa dell’Università di Clermont Ferrand. Era Cavaliere e commendatore al merito della Repubblica italiana, Chevalìer de la Legion d’Honneur, Commendatore del Reale Ordine Norvegese di Sant’Olaf, cittadino onorario di Lipari, Rodì Milici e di Siracusa.
Qualche anno fa, dopo essere rimasto vedovo della prima moglie Chiara, Luigi Bernabò Brea aveva sposato Madeleine Cavalier, la ricercatrice francese che lo ha accompagnato nella lunga e ininterrotta attività scientifica di ricerca e con la quale ha pubblicato numerosi libri di storia e sugli scavi effettuati in Sicilia e nelle Isole Eolie.

Francesco Venuto

Autore: Francesco Venuto, pubblicato il 2 giugno giugno 1999 su La Gazzetta del Sud