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C’è una mosca bianca in città/ Don Pietro Magalosi, l’unico prete sudanese a Messina

MESSINA – Quando saliva sul pulpito per l’omelia della domenica o, al fonte battesimale, versava l’acqua sul capo di neonati piagnucolanti, o univa in matrimonio le giovani coppie, i primi tempi era una curiosa novità. «Credo di essere in città una specie di mosca bianca», afferma padre Pietro Magalosi, l’unico prete sudanese a Messina.
Ma il feeling con la comunità cattolica locale è nato subito, e il sacerdote straniero ha conquistato, oltre che l’anima, il cuore dei fedeli. «Sono nato da una famiglia pagana, in una tribù del Sudan – racconta padre Magalosi. Credo di avere 59 anni, ma non posso dirlo con esattezza perché da noi non esisteva l’anagrafe. Verso i dodici anni sono stato convertito al Cristianesimo dai padri Comboniani, che avevano una missione vicino al mio villaggio. Il primo incontro e stato con padre Filiberto Georgetti, di Lecce, che mi ha curato e istruito per un anno, finché sono stato battezzato.

L’educazione religiosa ha fatto nascere in me la vocazione e, quindi, la scelta di diventare anch’io un missionario». Poi Pietro Magalosi è venuto in Italia, ha imparato la lingua “ad orecchio”, ha viaggiato tra Firenze e Roma, dove si è laureato in teologia, quindi è tornato nella sua tribù nel Sudan. “Per vari anni ho predicato, curato i poveri, anche lì sono dappertutto – afferma Padre Magalosi – ho visitato i malati e i lebbrosi”. Ha imparato ad usare una piccola cinepresa per pellicole «super otto», da quelle parti vero prodigio della tecnica per documentare e divulgare immagini di vita, il lavoro, la miseria: registrava le lezioni di catechismo che lui stesso impartiva ai ragazzini, la gente ricoverata all’ospedale, la lotta per mangiare tutti i giorni. Con un proiettore poi organizzava per i bambini pomeriggi di risate e stupore davanti a vecchi documentari. Ma il dilagare delle videocassette gli ha paralizzato l’iniziativa perché al villaggio non c’è l’attrezzatura adatta né i fondi per acquistarla. Dal 21 luglio 1988 padre Magalosi è a Messina, nella comunità Comboniana di Provinciale, per un periodo di studio religioso pastorale.

Lo si può incontrare spesso nella chiesa della Madonna dei Miracoli e, comunque, la sua esperienza missionaria si risveglia ogni volta che un parroco messinese lo chiama per dir messa o confessare. «C’è bisogno di sacerdoti, anche in un paese altamente cattolico come è l’Italia – afferma orgoglioso -. La missione, poi, è una prova straordinaria, insegna tanto: innanzi tutto crollano le barriere mentali». La ricetta della “fraternità missionaria” è per Pietro Magalosi la soluzione di qualunque problema sociale, del conflitto di mentalità e cultura di popoli diversi sullo stesso territorio, l’unica medicina per una popolazione come quella italiana cui si stanno rapidamente mescolando le varie etnie degli immigrati. «La gente qui è aperta e simpatica: alcuni sposini che ho benedetto personalmente tornano spesso a trovarmi e siamo diventati amici dice padre Magalosi che, prima o poi, tornerà nella sua terrà: “forse in Sudan, magari in un’altra tribù, o in Zaire, in Uganda, in Ciad, chissà…».

Il missionario accetta sempre volentieri qualunque meta e Pietro Magalosi non ha certo problemi di comunicazione, dal momento che comprende e parla diciotto lingue, di cui quindici tribali: la sua lingua madre è però il «bellanda bor». «Una parola è importante in tutti i linguaggi, “pace”: da noi si dice kofmuding», ricorda padre Magalosi. Di recente si è rimesso a studiare: ha in mente una ricerca sulla carità missionaria.

1990 – Francesco Venuto