Category Archives: Giornale di Sicilia

La campana suonerà per i caduti

ANTILLO – Sarà una delle più grandi d’Italia, il suo peso è pari a undici tonnellate e l’intonazione corrisponde al «Fa» della scala musicale. Sono queste le caratteristiche della campana di Antillo, che suonerà per i caduti e i dispersi di tutte le guerre. A volerla è stato un gruppo di amici del paese jonico, con in testa Onofrio Crupi, un settantenne che non è nuovo ad imprese simili: è nato da una sua idea pure l’imponente monumento ai caduti di Antillo, riconosciuto all’unanimità come una delle opere più pregevoli del luogo. Più sofferto, invece, il progetto per la campana che è partito tra le polemiche e stava per far scoppiare una guerra tra i «campanili». Continue reading

Agricoltura in un vicolo cieco

MESSINA – Le sorti dell’agricoltura messinese, a due anni del rendez-vous con l’Europa, passano per gli uffici di via Trento, sede centrale dell’Ispettorato provinciale dell’agricoltura. Nell’ex Camera agrumaria riadattata per le esigenze dell’ispettorato vengono esaminate pratiche di finanziamento per nuovi impianti agricola, contributi ai contadini per eventi calamitosi, come la siccità e le gelate per finire all’acquisto delle motozappa. Continue reading

Quattro medici per strada

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MESSINA – A Messina ci sono ogni notte solo quattro medici di guardia. Nei giorni festivi sono dodici, ma nella migliore delle ipotesi, considerando che d’estate molta gente è fuori città, il rapporto medico paziente è di uno a ventimila. Il medico di famiglia va in ferie e i suoi assististiti il più delle volte si aggrappano alla guardia medica. A Messina ha sede in via Cesare Battisti, angolo via Camiciotti (e non «Canicattì», come riporta l’elenco telefonico n.d.r). Continue reading

Rometta Marea sogna l’autonomia (1990)

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ROMETTA – Due agglomerati urbani, un solo comune e la condizione storica di separati in casa. Rometta ha due anime: quella collinare dove ha sede il municipio e la frazione balneare, che da un trentennio lotta per dare vita al comune numero 109. Ma l’autonomia rimane ancora un sogno per il lembo di strada statale 113, in cui ricade la frazione «Marea»: specialmente d’estate, quando arriva alle corde con il suo carico di disservizi e di incomprensioni che dà vita a malessere generalizzato. Continue reading

Una porno collana per Liz Taylor

ROMA– Roma, 1974. Liz Taylor, già ex signora Burton, va a fare shopping per le vie della Capitale. Nella gioielleria Siracusa le viene presentata una collana originalissima in oro massiccio tempestato di diamanti. Sembra fatta apposta per lei e non resiste alla tentazione di acquistarla.
Quando il gioielliere romano le presenta il conto, la carta di credito di Liz verrà alleggerita di alcune centinaia di milioni. La collana, tra l’altro, prima di finire nelle mani dell’attrice ha un percorso obbligato: Palazzo Strozzi a Firenze, sede della Biennale dell’arte orafa, dove viene ammirata con imbarazzo dai visitatori e dalle personalità presenti. Continue reading

C’è una mosca bianca in città/ Don Pietro Magalosi, l’unico prete sudanese a Messina

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MESSINA – Quando saliva sul pulpito per l’omelia della domenica o, al fonte battesimale, versava l’acqua sul capo di neonati piagnucolanti, o univa in matrimonio le giovani coppie, i primi tempi era una curiosa novità. «Credo di essere in città una specie di mosca bianca», afferma padre Pietro Magalosi, l’unico prete sudanese a Messina. Continue reading

Gens, revival di successo /I componenti del noto complesso messinese riuniti dopo vent’anni per Canale 5

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MESSINA – «Una rotonda sul mare, il nostalgico programma di «Canale cinque», dopo quasi vent’anni li ha rimessi insieme. I Gens hanno cantato un loro cavallo di battaglia, «Per chi» ed ancora una volta hanno assaporato il successo. Venerdì torneranno negli studi televisivi, appagati dalla soddisfazione di avere passato il turno, ma senza ambizioni perché, come ha sottolineato Red Ronnie, «i Gens non esistono più».
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Ultimi arpioni speciali per il re/Ritratto di Domenico Mancuso, l’artigiano che costruisce armi per la cattura del pescespada

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MESSINA – Sole nascente, quindici feluche tagliano lo Stretto. Le vedette sugli alberi, sottili tralicci ondeggianti che si alzano fino a trenta metri, interrogano il mare piatto, una tavola d’acqua. Silenzio, ferito solo dalle lunghe passerelle che tranciano l’aria.
Il giorno di Sant’Anna è toccato a Domenico Mancuso compiere un gesto secolare che è oggi un verdetto di morte: impugnato l’arpione, ha rotto il silenzio squarciando d’un colpo il fianco del pescespada.
Il sole è alto e l’acqua rossa, la bestia di centodieci chili cerca i fondali per l’ultima volta. strattonando la sagola. Nel vociare concentrato dell’equipaggio. Poi il rito si compie. E il re dello Stretto andrà in tavola arrosto, con o senza “sammurigghiu”, degna corona d’olio, aglio e origano; a braciole, tenere e colorate di salsa di pomodoro; “a ghiotta”, ricco e lussuoso di gusto. Ma quest’anno, a Sant’Anna quindici feluche hanno portato a riva solo due pescespada: «Qualche anno fa, in questa giornata, si pescavano trenta, quaranta prede». Sulla bocca di “mastro Antonio”, 79 anni, sembra una vecchia storia di mare, di quelle che i bambini rubano sulla spiaggia nelle sere d’estate.
Qui i pescatori attendono il pescespada come il figliuol prodigo, e passa una settimana prima che se ne avvisti uno, sfuggito alle muraglie di reti delle “palamitare” o ai grossi ami della “conza”. Le reti derivanti usate da quasi tutti i pescherecci producono un’inutile “mattanza” di pesce spada: si snodano inpenetrabili anche per quindici chilometri, tagliando la strada a pesci piccoli e grossi, comprese le femmine incinte e le migliaia di uova, rastrellano il mare, possono intralciare il cammino di interi banchi di pesce azzurro. In ognuno di questi lacci giganteschi possono cadere anche delfini, ma una volta svuotate vengono riposizionate nuovamente, e poi ancora, finché la quantità del pescato non viene giudicata soddisfacente, e si torna a riva; può passare una settimana, anche dieci giorni.
Nello Stretto, quindi, l’unico mare dove la caccia si svolge ancora con “l’arpione”, lunga asta con la punta metallica ad alette, arrivano solo gli “spada” superstiti, non di rado con l’amo infilzato in bocca, sfuggiti per caso ad una prima morte. Per questo sono rimaste quindici feluche, anch’esse sopravvissute: tredici messinesi e due calabresi, a setacciare un braccio di mare diviso tradizionalmente in zone, una per imbarcazione e diversa ogni giorno.

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«Un tempo erano venti parti, ogni pezzo di mare col suo nome: a pricopara, a spina, u fossu, u pettu, a bedda, u principi, u palazzu, santati, pirainu, salina»,
Mastro Antonio li recita come cantilena, li indica. I pescatori riconoscono ogni millimetro d’acqua.
Mastro Antonio Puglisi non è un pescatore, ma vive col mare, col pescespada e col tonno. Per una vita ha costruito arpioni e ami, ora si occupa della loro manutenzione: ha un ruolo importante come chi uccide lo spada, o la vedetta, che dall’alto dell’albero guida la nave ed ha in mano tutti i comandi.
«Il segreto dell’arpione è nella “tempera” -afferma mastro Antonio- che è l’urina. Quale uso per gli arpioni, però, è un segreto». Ancora, quando un pescespada muore sotto un’arma temprata da lui, una parte della preda gli spetta. Come un voto. Ma gliene tocca sempre meno; la stagione dura da maggio a fine agosto, e ogni anno la quantità del pescespada diminuisce. Per il tonno si parla di un calo del settanta per cento .
«Tra quattro, cinque anni, non ci sarà più spada nello Stretto, né feluche», afferma Domenico Mancuso, 39 anni, trentacinque trascorsi per mare. Senza fatalismo né rassegnazione: fatti i conti, basta tirare le somme. Anche lui, come tutti i pescatori di “spada” nella maniera tradizionale, oggi non vive di mare.
«Un proprietario di feluca riesce a guadagnare dieci milioni l’anno -afferma Mancuso- i ragazzi che aiutano sulla barca, più o meno esperti, arrivano a non oltre uno, due milioni a stagione. Detratte le spese (e si parla di far uscire un’imbarcazlone a due motori, che “beve” nafta a garganella), è pure ridicolo pensare di sopravvivere così».
Hanno quindi scelto la via dell’impiego e dello stipendio.
Vanno dietro al pescespada “per diletto”, “per mangiare pesce fresco”, “per non lasciare ferma la feluca”, per esorcizzare la fine.
Giocano un po’ ad acchiappare i fantasmi, e coi loro tralicci perpendicolari sembrano anch’essi spettri di navi.
Dimenticati da tutti gli assessorati, soggetti alle multe della finanza, sprovvisti di autorizzazioni, continuano a rischiare tempo e soldi per abitudine e per amore. E con ogni feluca scomparsa dallo Stretto (ogni anno se ne fermano un paio) è un nuovo sussulto per una tradizione marinara che è anche identità etnica e cultura di un luogo e di un popolo.
«L’assessorato al Turismo pensa di farla rivivere con la sagra del pescespada, che si svolge all’inizio di agosto. Ma dopo l’allegria tutto ritorna come prima. Peggio di prima -afferma Domenico Mancuso-. È come fare la festa al moribondo, per rendergli la fine meno brutta».
Francesco Venuto

Gli ingegneri della ricostruzione

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MESSINA – Per i ventuno ingegneri, premiati dall’Ordine, tornare in un’aula magna dell’università dopo cinquant’anni ha significato provare vecchie sensazioni. Per qualcuno di loro, come l’ingegnere Nicola Valentini, laureatosi nel 1921, anche un momento di comprensibile commozione. Il ruolo che hanno svolto in tutti questi anni è riconducibile al binomio Messina- ricostruzione e, in buona parte, i ventuno signori festeggiati venerdì sono in qualche modo responsabili del nuovo look cittadino di questo secolo. Continue reading