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Cuori di ferribotte (1991)

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Nello Stretto di Messina c’è un ponte di sogno, moderno, funzionale, da fare invidia al mondo, ma chissà ancora per quanto tutto da immaginare. Nel frattempo, dall’arrivo del «ferribotte Scilla», nel 1899, ci sono i traghetti che quotidianamente fanno la spola tra l’isola e il continente, una realtà in continuo movimento; considerando solo il traffico gommato, sullo Stretto transita un veicolo ogni 9 secondi (rilevazione del 1989), contro la previsione di un automezzo ogni 6 secondi nel 2000

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La flotta dello Stretto è formata da 20 navi, 12 private e 8 delle Ferrovie dello Stato: nel corridoio nautico Messina-Villa San Giovanni, negli anni ’80 si è registrata la presenza costante di almeno cinque traghetti in navigazione.

Se non si modificasse l’attuale ubicazione degli approdi, nel 2000, per smaltire il traffico, dovrebbe transitare una nave ogni 3 minuti e mezzo. Tutto questo «… Aspettando il ponte», come il titolo che al suo libro (edito da Armando Siciliano) ha dato Giacomo lapichino, 47 anni, comandante dei traghetti delle Ferrovie, trent’anni trascorsi andando per mare, nel cassetto una laurea in scienze politiche con tesi sulla “economia dei trasporti nell’area dello Stretto».

nave9Lo abbiamo raggiunto a bordo della nave «Villa», in partenza dalla stazione marittima di Messina. Piove a dirotto e i monti della Calabria sono dentro una cappa di nubi. «Il mare è buono, sarà una navigazione senza problemi – commenta lapichino – Ma, in ogni caso, lo Stretto non è esente dalle insidie: la corren-te “ascendente”, ad esempio, era il terrore dei vecchi comandanti, quando le macchine erano avare di alta tecnologia.
Oggi le cose vanno molto meglio, ma è l’esperienza dell’uomo a far fronte all’imprevisto che qui è sempre in agguato: come quella notte trascorsa ai comandi della “Reggio”, quando partimmo a pieno carico dall’invasatura numero “due”, la più pericolosa se Eolo fa i capricci, e con un tortissimo vento di ponente. Uscendo, non riuscivo a fare “venire” la nave verso la Madonnina, solo una manovra azzardata ma efficace mi consentì di evitare una disastrosa “visita” agli uffici della Capitaneria di porto, sul lungomare! Superata la prima fase critica, arrivati all’avamporto di Villa San Giovanni, l’incendio di un motore completò la vicenda di una traversata al cardiopalma, conclusasi felicemente con l’applauso dell’equipaggio».

Sul ponte di comando, oltre a Iapichino ci sono pure il primo ufficiale, il direttore di macchina e poi i marinai, come quelli che si alternano ai tre timoni: due a poppa e uno a prua. Un fischio avverte la sala macchine che la nave è pronta a muovere.

Ma da un telefono arriva la segnalazione che da qualche parte si avverte un forte odore di gas: seguono alcuni momenti di frenetiche ricerche, si controllano i frigoriferi della cambusa, vengono attivati gli estrattori. Dopo alcuni minuti si scopre la causa: un’autocisterna scarica imbarcata con i bocchettoni del gas aperti.

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A ritardare ulteriormente la partenza, la visita inaspettata dì due ufficiali della Capitaneria di Porto:
«Siamo venuti per controllare i servizi di bordo», afferma il tenente di ” vascello Giuseppe Rando, accompagnato dal sottotenente Antonio Musolino. Chiariranno in seguito che la loro è una visita di routine per verificare il rispetto delle norme di sicurezza sulle navi traghetto.

Con venti minuti di ritardo la «Villa» molla gli ormeggi, superata la Madonnina si dirige verso Villa San Giovanni, e tra un «barra a dritta» e una carezza alle leve che comandano i propulsori, Giacomo Iapichino trova il tempo di parlare del suo libro: «Lo vede quel traghetto, è di una compagnia privata. Le Ferrovie dello Stato hanno perso il monopolio dei trasporti nello Stretto il 21 giugno del 1965, quando i privati ottennero la “concessione” da parte del ministero della Marina mercantile.

II primo armatore è stato il napoletano Amedeo Matacena, mentre il primo traghetto privato fu una vecchia “zattera”, velocemente riadattata alle esigenze del servizio: la “Marina di Scilla”. L’ente statale ebbe il torto di non aver considerato il traffico gommato come un pericoloso concorrente, continuando a privilegiare quello rotabile. Anche se negli anni Sessanta tentò di far fronte alla nuova tendenza riadattando due vecchie unità in servizio, la “Villa” e la “Messina”, con scarsi risultati per le continue avarie a cui andavano incontro. Ancora oggi, nonostante la disponibilità di tre zattere adatte al trasporto gommato, la corsa non è certa: senza preavviso possono essere adibite al trasporto ferroviario di “infiammabili”.

A complicare la vita di chi arriva in Sicilia con un autoveicolo c’è pure l’impossibilità, più volte segnalata dai sindacati, di pagare il biglietto già al momento della partenza, in qualunque città d’Italia.

Un problema che si manifesta con le lunghe code davanti alle biglietterie, specialmente nel periodo estivo».

Intanto l’equipaggio è tornato al posto di manovra, la prua della «Villa» è puntata sull’invasatura numero «uno» del porto di Villa San Giovanni. «Attenzione, vieni a dritta, leva il timone di poppa, metti in mezzo», inizia così un fitto colloquio tra comandante e timoniere fino a sentire lo scricchiolio dei respingenti di legno all’ormeggio.

II viaggio di ritorno a Messina Iapichino lo ha interamente dedicato, tra un caffè e un’occhiata al radar, alla storia dei traghetti dalla loro apparizione sullo Stretto. Dallo «Scilla» costruito nel 1896, che affondò il 28 agosto del 1917 al largo di Catena, dopo l’urto con una mina, al piropontone «Cariddi», che inaugurò il servizio di traghetto alle 13 e 30 dell’1 novembre 1899.
Alla nave «Reggio» e la gemella «Villa», costruite nel 1909: la «Villa» è stata la più longeva tra le navi Fs, essendo stata pensionata nel 1974.

Alla nave «Messina», che entrò in servizio nel 1924, era stato affibbiato il nomignolo di «U jaddinaru», il gallinaio. L’Aspromonte» fu invece militarizzata e il fratello di un marinaio delle Fs la fotografò armata di cannoncini a poppa e a prora, proprio in partenza da Messina per l’ultima missione nel Canale di Sicilia, dove venne affondata per siluramento.

Molte di queste navi furono affondate dai loro comandanti nel corso dell’ultimo conflitto.

E toccò alla «Messina» ripristinare il servizio di linea nell’ottobre del 1943, dopo un’interruzione di tre mesi. Neanche il tempo di finire il viaggio storico, che la prua del «Villa» comincia a sollevarsi: stiamo ritornando a Messina: nell’invasatura da cui eravamo partiti e chissà per quante volte ancora, un traghetto mollerà gli ormeggi. «Aspettando il ponte», naturalmente.

1991 – Francesco Venuto
(Giornale di Sicilia)