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Chi ha messo in ginocchio l’apicoltura

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MESSINA – Si chiama «varroasi» il male che ha messo in ginocchio l’apicoltura messinese. E’ un parassita, invisibile ad occhio nudo, che si nutre dell’emolinfa delle api sino alla loro completa debilitazione. In Italia è arrivato anni addietro con alcuni sciami acquistati nell’isola di Giava.

Gli imprenditori settentrionali, nella prima metà degli anni Ottanta, non hanno esitato ad immetterli nel mercato nazionale a prezzi stracciati. Da qui il loro ingresso in Sicilia, che altrimenti sarebbe potuta uscire indenne da quello che si è rivelato il nemico numero uno dell’apicoltura mondiale.
Il nemico numero due è invece l’ignoranza degli allevatori che all’insorgere del problema si sono dimostrati poco avvezzi all’uso dei prodotti idonei a contrastare il parassita. Poi le condizioni climatiche dell’isola, che permettono agli imenotteri di essere attivi tutto l’anno, hanno completato la frittata rendendo complicata ed esclusiva l’opera di disinfestazione. Anche per questo gli apicoltori messinesi, che nella maggior parte dei casi si occupavano della produzione del miele in modo part-time, si sono trovati del tutto impreparati e hanno assistito impotenti alla distruzione dei loro alveari.

Alcune leggi restrittive nei confronti del miele prodotto in Italia e tolleranti verso quello proveniente dall’estero, sono state poi la causa del rallentamento dei tentativi di riavviare la produzione locale dell’alimento, organizzata in modo artigianale come è tradizione nel messinese.

Con gli apicoltori sono rimasti a bocca asciutta anche i commercianti che rifornivano le aziende di arnie e di tutte quelle attrezzature che giovano per la conduzione degli allevamenti.
«Abbiamo avuto un calo della clientela pari al settanta per cento – dice la signora Baviera, titolare di un esercizio specializzato di Messina – . Quelli che ancora resistono, un numero sparuto, sono dei veri appassionati di apicoltura».

Lo stesso ritornello lo si può ascoltare negli altri negozi presenti nella provincia. Anzi qualcuno ha pensato di cambiare articoli in attesa di novità.

Tra gli allevatori che hanno dovuto gettare la spugna sta prendendo corpo l’idea di unirsi in cooperativa e ritentare la strada della produzione del miele e della ricercatissima pappa reale. A Sant’ Agata di Militello tempo fa è sorta una cooperativa con queste fina- lità.

Coordinare il proprio lavoro con quello degli altri allevatori è la parola d’ordine di Sebastiano Repici, un apicoltore di Saponara, tra i pochi sopravvissuti ala varroasi, che sbotta: «Le ferite ormai ce le siamo leccate abbastanza, la strategia da seguire adesso passa per la strada della prevenzione diffusa in tutti gli alveari. Se l’apaio dell’azienda vicina, che può essere distante anche decine di chilometri, non cura adeguatamente i suoi sciami anche i miei ne risentiranno perché gli imenotteri frequentemente vanno a razziare il miele negli altri allevamenti, infettandosi».

Nella piccola azienda di Repici, ubicata sulle alture di Scarcelli, una frazione di Saponara, si accede dopo aver percorso un difficile sentiero in pendìo. Appena arrivati è d’obbligo indossare una specie di tuta da astronauta; il perché non tarda ad ottenere risposta: infatti, le prime a presentarsi agli intrusi sono le minacciose api sicule. «Le nostre api sono le più aggressive, ma anche delle grandi lavoratrici – spiega Repici, che aggiunge – rispetto alle altre specie sono di colore più scuro e non esitaa pungere i visitatori indesiderati».

Attorno alle arnie variopinte, per facilitare il ritorno a casa delle api, è un andirivieni di fuchi, i maschi che godono fama di mantenuti, api operaie e regine; per potere ammirare il contenuto delle case di legno, a volte costruite sul posto, Repici è costretto ad azionare l’affumicatore, un aggeggio provvisto di mantice che allontana i padroni di casa, che a volte possono essere più di 30 mila.

Estratti i telaini si può ammirare direttamente dal produttore quello che è conosciuto come l’unico dolcificante del passato: il miele. L’alimento che nell’antica Roma si usava cospargere sulla soglia della casa dei novelli sposi, in segno di buon augurio.

Il miele prodotto in Sicilia si distingue dagli altri per l’aroma ed il sapore intenso, poiché prodotto con l’elaborazione del polline degli agrumi.

«Il nostro miele è tra i migliori e va sfatata la convinzione che il prodotto che cristallizza non sia più commestibile: la solidificazione a freddo è una caratteristica del miele siciliano» – sostiene Repici ancora avvolto nelle sue api.

Dalla visita a Scarcelli, comunque, emerge un dato importante: l’apicoltura può rinascere ed è possibile impiantarla dappertutto, anche dove la situazione ambientale sconsiglia la realizzazione di colture oppure allevamenti di altro genere.

«Se riuscissimo a coordinare i nostri sforzi e seguire delle regole fondamentali per una buona riuscita dell’allevamento – conclude Repici – potremmo allontanare lo spettro della varroasi».

29 maggio 1990 – Francesco Venuto