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Messina, l’Agricoltura è in un vicolo cieco

MESSINA – Le sorti dell’agricoltura messinese, a due anni del rendez-vous con l’Europa, passano per gli uffici di via Trento, sede centrale dell’Ispettorato provinciale dell’agricoltura. Nell’ex Camera agrumaria riadattata per le esigenze dell’ispettorato vengono esaminate pratiche di finanziamento per nuovi impianti agricola, contributi ai contadini per eventi calamitosi, come la siccità e le gelate per finire all’acquisto delle motozappa.
Per smaltire tutte le pratiche che arrivano quotidianamente, e che in base ad una stima approssimativa sono circa sessantamila ogni anno, la pianta organica del personale viene definita «sufficiente» dal dottore Salvatore Grasso, ispettore provinciale dell’agricoltura e presidente provinciale del consiglio dell’agricoltura.

Qualcosa, però, non funziona. Al secondo piano incontriamo una signora alle prese con un registro cronologico, di memoria borbonica, e timbri stile vecchi uffici postali.

Lei è un’impiegata d’ordine, un archivista?

«Sono una dirigente», risponde la signora, con l’aria rassegnata di chi consuma due brogliacci, spessi quanto un vocabolario ogni mese. Al piano inferiore, non molto distante dall’ufficio del «capo», un accenno di modernità; un computer, che gli esperti del settore classificherebbero come «obsoleto» e nella fattispecie viene utilizzato per compilare le buste paga degli impiegati:
«Non ha abbastanza memoria per fare altre cose». Il resto è affidato a bic nere e carta; tanta carta compressa dentro raccoglitori legati con un saggio fiocchettino di stoffa, e numerati progressivamente.

Tecnologia? qui si usa il fai da te

Qui, la tecnologia qualcuno ha pensato di portarsela da casa: alcuni impiegati, che avevano a casa il «personal» hanno chiesto al dottor Grasso di portarlo in ufficio per accelerare il lavoro. Un desiderio accordato, una vicenda che fa sorridere Placido Inzodda, presidente della Confcoltivatori, un organismo che Grasso definisce collaterale all’ispettorato stesso, ma dotato di validi strumenti a microprocessore per archiviare le pratiche, e tutte quelle informazioni provenienti dal mondo agricolo e destinate in questa sede.

L’opinione di Placido Inzodda di Confcoltivatori

«Tra le altre cose – afferma Inzodda – gli stessi agricoltori ormai fanno grande uso, nelle loro attività, di alta tecnologia, finanziata, peraltro, tramite l’ispettorato».

I ritardi nell’adeguamento tecnologico sono legati al grande progetto della Regione Sicilia di informatizzare tutti i suoi uffici indistintamente. Da qui i problemi che, altrimenti, sarebbero stati risolti sottraendo un centinaio di milioni, dai vari miliardi che ogni anno vengono distribuiti in via Trento.

E l’enorme disponibilità economia, talvolta, non viene impiegata proprio perché le pratiche si arenano nei cassetti dell’ispettorato. Così con la consapevolezza che l’industria, ritenuta da sempre carro trainante dell’economia provinciale, segna il passo, lo sviluppo dell’agricoltura si ferma in quel vicolo cieco sotto via La Farina.

«Per quanto riguarda la maggiore efficienza dei nostri uffici – afferma Grasso – abbiamo più volte segnalato il caso agli organi regionali preposti. Ultimamente, l’assessorato regionale all’Agricoltura ci ha autorizzato ad inoltrare una nuova richiesta per la dotazione dei computer nei nostri uffici. Spesso dall’esterno piovono accuse sul personale, ma posso assicurare che nel nostro caso non può fare di più, lavorando in queste condizioni».

Messina può contare ancora sull’agricoltura?

«Gran parte del reddito proviene ancora dalla coltivazione della terra e i dai provvedimenti di in-tervento. Grosso modo assegniamo 25 miliardi ogni anno ai produttori di tutta la provincia. Ciò nonostante non riusciamo ad esaurire le nostre reali disponibilità per i motivi che ha potuto vedere. Il nostro problema è esaminare le pratiche in “tempo reale”».

Quanto tempo passa normalmente per istruire una pratica?

«Per la gelata abbiamo raccolto oggi i frutti di un lavoro preparatorio di tre anni; avremmo potuto pagare già tre anni fa». «Contro i tre mesi con un buon eomputer», interviene Placido Inzodda.

Nei ritardi si inseriscono pure le colpe degli utenti che, al momento di presentare le domande, peccano di incompletezza. Così i dipendenti dell’ispettorato sono spesso costretti ad inseguire l’agricoltore pregandolo di portare questa o quella carta. Poi vanno considerati i problemi della scadenza dei certificati: quello antimafia, ad esempio, è valido solo tre mesi. Su questo fronte appare fondamentale il contributo delle strutture che operano in simbiosi con l’ispettorato come la Confagricoltura.

Dottore Grasso quali sono le strategie che consiglia di seguire agli agricoltori in vista dell’Europa del Novantadue?

«Allinearci alla visione europea dell’agricoltura del 2000 che viaggia su moduli diversi: qualità del prodotto, organizzazione di vendita, le basi. Se dobbiamo conquistarci un posto in Europa bisogna approntare le coltivazioni che ci sono richieste, con accorgimenti oggi indispensabili.

Un’agricoltura più legata all’ambiente: da cui discende l’esigenza di un prodotto ecologico, tipico, locale; oggi svilito e non pubblicizzato. Nel Messinese, comunque, sono state avviate delle ottime produzioni di nocciole con la certificazione (Cima). Un altro punto da non sottovalutare è l’associazionismo tra produttori, con strategie comuni di intervento. Una soluzione per bilanciare l’offensiva della grande distribuzione che tenterà di inghiottire l’intero mercato.

Si parla tanto di crisi dell’agricoltura, ma la crisi esiste veramente?

«C’è un calo del tre per cento, secondo gli ultimi dati. Ma ci sono anche dei dati confortanti riguardanti alcune produzioni in attivo e che andrebbero incrementate, come il pesco tardivo, oppure il fico d’india che sta andando bene nel Mistrettese. Merita un discorso a parte il florivivaismo. Non dimentichiamo che l’Italia importa fiori dall’estero».

Come faranno i produttori messinesi, – a causa degli alti costi di produzione a fronteggiare realtà come Spagna e Grecia?

«I costi di produzione vanno compensati con la qualità. Gli agricoltori devono abbandonare pure la filosofia Aima, quella dell’assistenzialismo: a tal proposito è da registrare la presa di posizione dell’assessore all’Agricoltura, che sembra intenzionato a non ricorrere più a questa misura, fonte di polemiche frequenti anche in realtà insospettabili come l’Emilia, dove parte del parmigiano prodotto viene trasformata, per tenere su il prezzo, in formaggio filante».

17 ottobre 1990 – Francesco Venuto